Parlando per la prima volta con la gente, mi capita spesso di sentire: “Bé, anche io sono un pò psicologo” come se essere psicologi equivalesse a dire “Comprendo quello che mi stai dicendo”.
Perché non sento mai dire: “Mi sento anche io un po’ avvocato perché conosco due norme di diritto o dottore perché so che un Moment è la soluzione al mio mal di testa”?
Essere psicologi è altro, richiede un impegno maggiore dell’essere degli abili uditori e dei bravi dispensatori di consigli (a tal proposito, lo psicologo non consiglia e non si limita esclusivamente ad annuire).
La nostra professione richiede tanta passione, amore, una certa dose di empatia per sentire emotivamente l’altro e quel tanto di distacco per rispondergli adeguatamente senza che il nostro vissuto possa in qualche modo influenzare negativamente chi, in quel momento, ha richiesto il nostro supporto.
Parafrasando Freud, abbiamo a che fare con i transfert, positivi o negativi che siano, diventando per i nostri pazienti gli amanti che avrebbero voluto avere o quei genitori che non hanno saputo comprenderli e amarli sufficientemente, e poi c’è il nostro controtransfert del quale dobbiamo essere fortemente consapevoli.
La formazione del terapeuta non si limita all’apprendimento di una serie di tecniche. Essa rivolge una particolare attenzione alla persona del terapeuta, al suo Sé, alla sue reazioni emozionali, perché sono queste che giocano un ruolo fondamentale all’interno della relazione terapeutica ed è per questo che noi abbiamo lavorato e lavoriamo costantemente su noi stessi confrontandoci con altri terapeuti per tutelare noi e i nostri pazienti.
Pertanto, al prossimo che mi dirà: “Bé sono anche io un po’ psicologo”, risponderò: “Bé, anche io mi sento un po’ ragioniere quando faccio i conti della spesa, estetista quando trucco le mie amiche, barista quando preparo una spremuta, perché in fondo, siamo tutti un po’ di qualsiasi cosa…”!
Adriana Biase