“Papà, esco mezz’ora e gli dico che non ne voglio più sapere. Un bacio, a tra poco.” Mezz’ora per chiudere definitivamente con quell’amore diventato ormai insopportabile. Ma quella figlia a casa non c’è più tornata, ritrovata in un auto con tre fori di proiettili sul fianco destro, uccisa da quel ragazzo che sembrava così “Gentile, cortese e educato”.
Lei, una delle tante donne uccise da fidanzati, mariti, spasimanti respinti, ma anche da padri a seguito di scelte di vita non condivise.
Nei primi cinque mesi del 2016 sono già 55 le vittime di femminicidio. Analizzando i dati dell’ultimo decennio, le donne uccise sono 1740: 1251 all’interno della famiglia, 846 per mano di un fidanzato e 224 assassinate da un ex successivamente alla decisione della donna di interrompere il rapporto affettivo.
Ma chi è questo soggetto che uccide?
C’è un fil rouge che collega la stragrande maggioranza dei femminicidi, a prescindere dal luogo in cui essi avvengono: quasi tutti sono uomini con cui la donna ha o ha avuto una relazione più o meno lunga e stabile.
Nella maggioranza dei casi, sono persone normali da un punto di vista clinico, individui che nel momento in cui commettono il reato sono capaci di intendere e volere.
Siamo di fronte a uomini incapaci di “contenere” le proprie donne. Donne che magari hanno deciso di lasciarli, di avere una vita tutta nuova e tutta loro (che non contempla la loro presenza), di buttarsi in un nuovo lavoro o in una nuova avventura.
Donne che, probabilmente, vogliono essere più indipendenti e finalmente libere da quel legame che le incatena e non consente loro di vivere.
Gli uomini, quelli che uccidono (ma anche quelli che picchiano, che violentano, che umiliano), sembrano spaventati dall’eventualità di perdere l’oggetto del loro potere: da una parte rabbia e rancore, dall’altra un possesso totale con cui, attraverso l’omicidio, IO UOMO, sancisco per sempre il potere che ho sulla tua vita, togliendotela.
Non chiamateli raptus, eccessi di rabbia o momenti di blackout, non chiamiamoli delitti passionali o omicidi d’amore: l’uccisione della donna avviene dopo un lungo periodo di minacce, intimidazioni, violenze psicologiche e fisiche, e la furia omicida si scatena quando, verificata la loro inutilità, l’uomo avverte il pericolo di essere abbandonato e di trovarsi solo.
Cosa si può fare per prevenire?
Non è colpa vostra se il partner è “costretto” ad alzare le mani: qualsiasi cosa si possa aver fatto, non è mai abbastanza per giustificare un atto di violenza. Non vergognatevi, parlatene con una persona cara o con il vostro medico: solitamente chi colpisce, dopo uno sfogo violento, tende a chiedere perdono e supplicandovi, vi promette che non accadrà più. Ma è difficile che sia davvero così. Avvertite le Forze dell’Ordine se temete per la vostra incolumità fisica e per quella dei vostri figli, chiedete aiuto alle diverse associazioni Onlus che sostengono le donne vittime di violenza.
La violenza si può sconfiggere, non siete sole.
Adriana Biase