La storia del martello: istruzioni per rendersi infelici

zzUn uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, così decide di andare da lui e di farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: E se il mio vicino non me lo vuole prestare? Già ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l’ha con me. E perché?

Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile, io glielo darei subito. E perché lui no? Come si può rifiutare al prossimo un così semplice piacere? Gente così rovina l’esistenza agli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui solo perché possiede un martello. Adesso basta! E così si precipita di là, suona, il vicino apre, e, prima ancora che questo abbia il tempo di dirgli “Buongiorno”, gli grida: “Si tenga pure il suo martello, villano!”

L’effetto è notevole, la tecnica relativamente semplice, anche se nient’affatto nuova. Già Ovidio la descrisse nella sua Ars amatoria, anche se purtroppo solamente in senso positivo: “Convinciti che ami, pur desiderando fuggevolmente, e poi credilo tu stesso… Ama veramente solo colui che riesce a convincersi di ardere di passione.”

Chi è in grado di attenersi alla prescrizione di Ovidio non dovrebbe incontrare difficoltà nell’utilizzare questo meccanismo.
Non c’è quasi nulla di meglio, nella creazione dell’infelicità, che il mettere l’inconsapevole partner di fronte all’ultimo anello di una lunga e complicata catena immaginaria, nella quale egli svolge un ruolo decisivo e negativo.
Il suo sconcerto, il suo sgomento, il suo asserito non comprendere, la sua indignazione, il suo voler discolparsi sono per voi la prova inconfutabile che avete ragione, che avete accordato la vostra benevolenza a chi non lo meritava, e che ancora una volta si è abusato della vostra bontà.

Consegnato a un gioco di eventi incontrollabili, egli può onestamente e senza limiti soffrirne, senza saperne di esserne l’autore.

Paul Watzlawick, “Istruzioni per rendersi infelici”