Perché il coraggio è di chi si concede di essere fragile, ma non debole

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Mi piace la descrizione che Vittorino Andreoli fa della propria fragilità, come presa di coscienza della propria vulnerabilità: “Ebbene, se sono stato, e sono, un buon psichiatra, se ho aiutato i miei matti, ciò è avvenuto per la mia fragilità che avverto capace di sdoppiarmi, di togliermi la voglia di vivere e di rendermi simile a un depresso che chiede soltanto di scomparire per cancellare il dolore…come un vetro io, psichiatra fragile, tante volte ho corso il rischio di rompermi. Una gracilità che però aiuta l’altro a vivere, che mi ha permesso di capire la fragilità e di rispettarla, di stare attento a non manipolare gli uomini, a non falsificarli…”.

E allora perché l’essere e il mostrarci fragili ci spaventa così tanto?

Navigando su internet ho poi ritrovato le parole di Carla Greco, Presidente Associazione “Non è mai troppo tardi”: “Viviamo in una società che ha fatto suo il mito della felicità, dell’eccellenza, della forza, dell’essere sempre all’altezza delle situazioni, del non sbagliare mai e del non mostrare segni di fragilità. Viviamo in una società troppo attenta alla motivazione e alla produzione e poco all’emozione e all’essere, che vede il piangere o l’entrare in uno spazio buio dell’anima, come un momento di debolezza e di fallimento. E quando ci sentiamo fragili, ci sentiamo nudi e spesso anche sbagliati, in colpa, fuori posto. Così passiamo il tempo negando la nostra fragilità perché rimanda a qualcosa di delicato da maneggiare con cura e rinnegando la nostra fragilità, rifiutiamo la nostra autentica umanità. Ma quando finalmente ci concediamo di essere fragili, accettiamo che non siamo solo forti, che non possiamo essere solo forti, se vogliamo essere autentici. E che non siamo privi di paure, ma non per questo rifiutiamo di vivere. Quando ci concediamo di essere fragili, accettiamo di vivere non senza bisogno di pause e di aiuto. E magari durante il viaggio, ci scopriamo anche coraggiosi, che non significa non avere paura, ma che, nonostante la paura, decidiamo di affrontare l’esistenza con le sue fatiche del quotidiano. Perché il coraggio è di chi si concede di essere fragile, ma non debole. Il coraggio è di chi sente il dubbio invadergli l’anima lasciandogli a volte un senso sconfortante di smarrimento e di solitudine, ma che tenta ancora e ancora la sua personalissima risposta alla Vita. Vivendola e amandola così com’è. E come può. Così fragile e così umano. “

Quando impareremo a considerare la fragilità dell’animo umano non una debolezza ma una “raffinatezza”, solo allora saremo in grado di vivere in maniera autentica la nostra vita, amandola così com’è, così imperfetta, così pura.

Adriana Biase