La valutazione delle capacità genitoriali

Il più delle volte i figli vengono allontanati dalle loro famiglie per motivi giustificati, come gli abusi sessuali, maltrattamenti o l’indigenza. Altre per ragioni fumose e impalpabili.

Negli ultimi 10 anni il loro numero è aumentato del 29,3%. Più della metà finisce in affidamento ad altre famiglie, mentre il resto finisce in quelli che prima erano chiamati istituti, dal 2001 formalmente ribattezzati servizi residenziali: oltre un migliaio di comunità che ospitano 15.624 ragazzini.

Battagliere associazioni e libri-verità parlano di “bambini rubati dalla giustizia”. Raccontano di assistenti sociali troppo interventisti, di psicologi disattenti, di una magistratura flemmatica, di interessi economici. E di errori giudiziari sempre più frequenti.

Sempre secondo l’articolo, ogni giorno vengono portati via 80 bambini.

Chi finisce in queste comunità?

Mancando dati nazionali, si può fare riferimento a quelli della Lombardia: per il 34 per cento sono ragazzi dai 15 ai 17 anni; il 28,1 per cento ha dagli 11 ai 14 anni; il 19,4 dai 6 ai 10 anni.

Le percentuali sono simili in Veneto, dove i minori fuori famiglia sono quasi 1.700.

L’età media è quindi piuttosto alta anche perché la permanenza in queste strutture è lunga: a Milano il 53 per cento ci resta più di due anni.

Questo significa che centinaia di migliaia di euro vengono spesi per ogni ragazzino.

Ciò che accade alla fine di questi allontanamenti forzati è sorprendente: in Piemonte, per esempio, quasi la metà torna a casa.

C’è un altro dato che inquieta: quasi il 77 per cento dei minori viene allontanato per “metodi educativi non idonei” e per l’“impossibilità di seguire i figli”.

Circa il 20% delle sottrazioni coatte sono motivate da assenza dei genitori (provvedimenti carcerari), morte di entrambi i genitori, maltrattamenti o abusi: il rimanente 80% degli allontanamenti dei minori dalla famiglia d’origine avviene con la motivazione di “inidoneità genitoriale”.

L’art. 30 della Costituzione Italiana indica l’obbligo (prima ancora che il diritto) dei genitori di educare, istruire, mantenere i figli, e il principio costituzionale trova riscontro nell’art. 147 c.c., là dove si precisa che i genitori hanno il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni dei figli.

E’ necessario da un lato trasmettere al minore, con l’educazione e l’istruzione, i valori necessari per fargli progressivamente acquistare le capacità e posizioni proprie di ogni membro della collettività: a svolgere tale alta e delicatissima funzione la famiglia non è lasciata da sola; essa ha comunque un ruolo preminente ed insostituibile.

Ma è pure indispensabile provvedere anche finanziariamente al soddisfacimento dei bisogni del minore e alle sue esigenze di crescita: si tratta evidentemente di un compito assai complesso ed articolato, ben più ampio di quella minima prestazione di cure che serve a mantenere in vita il soggetto.

I professionisti (psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili) che operano come CTU nei Tribunali ordinari vengono quindi chiamati a valutare le competenze genitoriali.

Ma cosa si intende esattamente per “valutazione delle competenze genitoriali” e, più nello specifico, cosa si intende per idoneità o capacità genitoriale?

La Capacità genitoriale

Non esiste, in letteratura, una definizione univoca del concetto di capacità genitoriale: quando ci riferiamo ad essa, possiamo intendere l’insieme di comportamenti, atteggiamenti e risorse personali di un genitore che lo rendono capace di stabilire una relazione caratterizzata da accudimento, protezione e sostegno adeguati allo sviluppo psicofisico del proprio figlio.

Da un punto di vista psicopedagogico, la genitorialità è intesa come quel processo dinamico attraverso il quale si impara a diventare genitori capaci di prendersi cura e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai bisogni dei figli; bisogni che sono estremamente diversi a seconda della fase evolutiva.

I professionisti che operano come CTU nei Tribunali ordinari vengono chiamati a valutare le competenze genitoriali.

Il Giudice deve stabilire se e quanto ciascun coniuge sia capace di essere un “buon” genitore, ovvero se vi è – e di quale entità, eventualmente – incapacità in entrambi o in uno dei genitori.

L’ausiliario nominato dal Giudice per rispondere a un quesito comprendente la valutazione delle capacità genitoriali si trova quindi nella necessità di procedere con competenza, perizia e scientificità, consapevole che il suo parere andrà a costituire parte della conoscenza del caso.

La cosiddetta “valutazione della genitorialità” è una complessa attività di diagnosi, che deve tener conto di diversi parametri, maturata in un’area di ricerca multidisciplinare che valorizza i contributi della psicologia clinica e dello sviluppo, della neuropsichiatria infantile, della psicologia della famiglia, della psicologia sociale e giuridica e della psichiatria forense.

Intesa in senso ampio, riguarda due versanti, genitori e bambino, ed ovviamente la loro relazione.

Secondo Bornstein (M.H. Bornstein, Handbook of Parenting, 4 voll., Lawrence Erlbaum Associates. Mahwah, 1991) , la “capacità genitoriale” corrisponde ad un costrutto complesso, non riconducibile alle singole qualità personali del genitore, ma all’insieme delle competenze relazionali e sociali.

In una meta-analisi della letteratura scientifica, Vicentini (G. Vicentini, Definizione e funzioni della genitorialità, 2003, in www.genitorialità.it, 2003), individua otto funzioni genitoriali: la funzione protettiva, la funzione affettiva, la funzione regolativa genitoriale, la funzione normativa, la funzione predittiva, la funzione significante, la funzione rappresentativa e comunicativa, la funzione triadica.

Per comprendere quindi meglio la complessità e la vastità di ciò che definiamo genitorialità, sarebbe opportuno sviscerare e analizzare le singole funzioni:

Funzione PROTETTIVA

E’ la funzione tipica del caregiver che consiste nell’offrire cure adeguate ai bisogni del bambino.

Con Brazelton e Greenspan possiamo dire che le figure dei caregiver rispondono soprattutto al bisogno di sviluppare costanti relazioni di accudimento e al bisogno di protezione fisica e di sicurezza.

Una relazione di accudimento efficace è resa possibile solo se i genitori e figli condividono lo stesso tetto familiare affinché il bambino possa soddisfare quelli che sono i suoi bisogni fisici, affettivi, sociali e cognitivi.

La vicinanza della figura materna e paterna e il mantenimento di una relazione di attaccamento sono vissuti come fonte di sicurezza, mentre una minaccia di perdita potrebbe originare ansietà, collera e dolore.

Funzione AFFETTIVA

E’ soprattutto Daniel Stern ad aver introdotto il concetto di funzione affettiva nelle sue ricerche sull’ interazione madre-bambino .

Alcuni termini da lui utilizzati sono entrati a far parte ora del linguaggio psicologico “comune”, quali, la “sintonizzazione affettiva“, intesa come la capacità di entrare in risonanza affettiva con l’altro senza esserne inglobato e gli “affetti vitali” che stanno ad indicare l’insieme dei gesti, delle frasi e delle parole che contengono al loro interno un dimensione relazionale affettiva e che veicolano un sentimento.

E’ il “mondo degli affetti” quindi a definire la qualità emotiva-affettiva dentro la quale il bambino è inserito: l’interazione con il mondo degli adulti è guidata in modo principale dalla ricerca di emozioni positive da con-dividere.

I bambini hanno bisogno quindi di vivere emozioni positive con i propri genitori perché è attorno a queste che si coagula il loro mondo affettivo e relazionale.

Funzione REGOLATIVA

Sempre di più nella psicologia dell’infanzia e in psicopatologia dell’età evolutiva si fa riferimento al concetto di regolazione.

La regolazione va intesa come la capacità che il bambino possiede fin dalla nascita di “regolare” appunto i propri stati emotivi e organizzare l’esperienza e le risposte comportamentali adeguate che ne conseguono .

Le strategie per la “regolazione di stato” sono inizialmente fornite dal caregiver. La difficoltà del caregiver a questo livello porta a disturbi della regolazione (difficoltà nel regolare il comportamento, i processi sensoriali, fisiologici, attentivi, motori o affettivi, nell’organizzare uno stato di calma, di vigilanza, o uno stato affettivo positivo).

La funzione regolativa genitoriale può avere un funzionamento iper (con risposte intrusive che non danno tempo al bambino di segnalare i suoi bisogni o i suoi stati emotivi), ipo (quando vi è una mancanza d risposte), inappropriata (quando i tempi non sono in sincronia con il bambino).

Sulle difficoltà regolative del caregiver tuttavia non esistono per ora studi in grado di correlare queste difficoltà a particolari aspetti dello sviluppo relazionale del caregiver stesso.

In ogni caso sempre di più ci si sta accorgendo come la capacità di regolazione sia la base per poter decodificare le proprie esperienze e non sentirsi sopraffatti da queste.

Funzione NORMATIVA

Conseguente all’evolversi della funzione regolativa o forse come funzione a sé stante sta la funzione normativa che consiste nella capacità di dare dei limiti, una struttura di riferimento, una cornice e corrisponde a quel bisogno fondamentale del bambino che è i bisogno di avere dei limiti, di vivere dentro una struttura di comportamenti coerenti.

Al centro della capacità di dare delle regole stanno, come scrivono Brazelton e Greeenspan, le aspettative e la consapevolezza dei compiti evolutivi di quella determinata età.

La funzione normativa riflette l’ atteggiamento genitoriale di fronte alle norme, alle istituzioni, alle regole sociali.

Funzione PREDITTIVA

E’ la capacità del genitore di prevedere il raggiungimento della tappa evolutiva imminente.

I genitori adeguati sanno percepire in modo realistico l’attuale stadio evolutivo del bambino e sanno però nel contempo intuire quei comportamenti che promuovono e sviluppano il nuovo comportamento.

Come scrivono Trad e Kernberg, “una diade è un’unità al cui interno la crescita e il cambiamento di uno dei membri implica la crescita e il cambiamento anche dell’altro”.

Una difficoltà a questo livello può comportare una serie di disturbi evolutivi sul piano somatico, cognitivo e motivazionale.

La funzione predittiva non è solo la capacità di intuire e facilitare lo sviluppo del bambino ma soprattutto la capacità di cambiare modalità relazionali con il crescere del bambino e con l’espandersi del suo mondo e delle sue competenze.

Funzione RAPPRESENTATIVA

Stern definisce la funzione rappresentativa come lo “schema di essere con” e che presuppone un insieme di interazioni reali con il bambino.

La funzione rappresentativa è continuamente arricchita da nuove rappresentazioni di “essere con” che allargano il mondo interattivo del bambino e dei suoi genitori. Per funzione rappresentativa va intesa proprio questa capacità di modificare continuamente le proprie rappresentazioni in base alla crescita del bambino e dell’evolvere delle sue interazioni, facendo nuove proposte o sapendo cogliere dal bambino i suoi nuovi segnali evolutivi: “finché le rappresentazioni del bambino non vengono modificate, il bambino, per quanto gli è ancora possibile, agirà come faceva prima dei cambiamenti avvenuti nei suoi genitori”.

Sempre secondo Stern, lo sviluppo del mondo rappresentazionale del bambino è conseguente ai cambiamenti delle rappresentazioni genitoriali.

Funzione SIGNIFICANTE

Bion parla di “funzione alfa” della madre come capacità di dare un contenuto pensabile e/o sognabile, in definitiva utilizzabile dall’apparato psichico, alle percezioni, alle sensazioni del neonato che sono ancora prive di spessore psichico. La madre costituisce, attraverso la reverie, un contenitore dentro il quale il bambino inizia a pensare poiché adattandosi ai bisogni del bambino aiuta il bambino stesso a com-prendere il suo bisogno.

Questo postula un complesso intreccio di proiezioni e identificazioni tra madre e bambino: la madre crea una cornice che dà senso all’azione del bambino.

Questo dare senso, ai suoi bisogni, ai suoi gesti all’inizio casuali, ai suoi movimenti, alle sue espressioni, inserisce il bambino in un mondo di senso.

Funzione FANTASMATICA

“Nella stanza di ogni bambino ci sono dei fantasmi. Sono i visitatori del passato non ricordato dai genitori; gli ospiti inattesi al battesimo. Il genitore sembra essere condannato a rappresentare nuovamente la tragedia della sua infanzia con il proprio bambino”.

Se la Fraiberg parla di fantasmi come di ricordi non elaborati possiamo però allargare il termine fantasma a tutte le fantasie.

Le fantasie servono non solo per conoscere la realtà (nel confronto tra mondo fantasmatico e mondo reale che ci porta a dire “non è così”) ma le fantasie hanno soprattutto la funzione di “fondare l’essere e costituirne l’identità”.

Il bambino che nasce si inserisce all’interno dei fantasmi familiari dei genitori. Ogni individuo ha un proprio romanzo familiare costruito attorno alle proprie fantasie infantili, un mondo immaginario fatto di fantasmi consci e preconsci.

La nascita di un bambino implica un passaggio dei genitori ad uno stato nuovo.

Vi è un gioco di specchi tra quello che i genitori sono stati come bambini, quello che avrebbero voluto essere, quello che i loro genitori sono stati, quello che vorrebbero che fossero stati, quello che è il bambino reale, quello che è il bambino desiderato e fantasticato.

Un genitore sano vive questa ricca vita fantasmatica: solo questa può favorire la nascita di una nuova identità che è appunto il connubio tra fantasia e realtà.

Funzione PROIETTIVA

Vi è una mutualità psichica tra genitori e bambino all’interno della quale occupa un posto fondamentale la proiezione.

Riprendendo un’immagine utilizzata da Manzano, Palacio Espansa e Zilkha “l’ombra dei genitori è caduta sul figlio” sia, come spiegano gli autori, direttamente ( ad esempio proiettando sul figlio l’immagine ideale del figlio che avrebbe voluto essere) sia attraverso l’ombra degli oggetti interni ((intendendo con questi parti di sé).

Tali modalità sono quindi narcisistiche nel senso che ciò che viene visto, amato, sognato, desiderato non è l’oggetto esterno (che è sempre diverso da sé) ma parti di sé o immagini di sé.

E’ ciò che gli autori chiamano “scenari narcisistici della genitorialità”.

Tali scenari possono dar luogo a psicopatologie nel momento in cui tali proiezioni siano molto invasive e disturbanti della relazione reale con il bambino.

Ma esse fanno parte anche di una sana genitorialità il cui aspetto narcisistico è parte del quadro relazionale.

Questa funzione rientra nella più ampia funzione fantasmatica ma la si è definita a parte per l’importanza che il narcisismo genitoriale ha nelle dinamiche proiettive. Il narcisismo, sia materno che paterno, ha uno spazio fondamentale nel costruire l’immagine del bambino e nel collocarla appunto dentro un particolare scenario di sviluppo.

La relazione con il bambino è sempre una relazione oggettuale come essere diverso da sé ma è sempre anche una relazione narcisistica con parti di sé viste nel bambino.

E’ la dinamica tra queste due relazioni co-presenti a costituire il confine tra normalità e psicopatologia.

Si veda ad esempio l’interessante ricerca svolta da Carbonetto e Filingeri in cui risulta che già durante la gravidanza vi siano diverse modalità fantasmatiche.

Una che vede il feto come proiezione narcisistica, come parte di sé; una che lo percepisce come essere a sé stante e lo considera come altro da sé, definendo da subito un rapporto a due.

Già durante la gravidanza quindi vediamo in azione il prevalere di una relazione narcisistica o di una relazione oggettuale; del figlio come rappresentante di parti di sé o del figlio come altro, con propri desideri, aspettative, con una sua vita affettiva e sociale.

Va sottolineato inoltre come all’interno di questa funzione proiettiva si collochi la capacità di tollerare la separazione, l’indipendenza, l’autonomia del figlio, inteso come oggetto a sé stante e non come oggetto narcisistico.

Potremmo dire quindi che la funzione proiettiva va continuamente rielaborata dal genitore per poter sempre di più dare spazio alla relazione oggettuale, alla relazione con il figlio-altro-da-sé affinchè quest’ultimo possa vivere positivamente la propria autonomia, il proprio unico modo di essere.

Funzione TRIADICA

Possiamo definire la funione triadica come la capacità dei genitori di avere tra loro un’alleanza cooperativa fatta di sostegno reciproco, capacità di lasciare spazio all’altro o di entrare in una relazione empatica con il partner e con il bambino.

Si tratta di un gioco di squadra: ciò presuppone la capacità del genitore di vedere il bambino dentro una relazione dove esiste un terzo.

La presenza del terzo, che può essere anche solo percepita, dà al bambino un orizzonte molto più aperto dove collocarsi, e offre al bambino possibilità di adattamento e di interazione molto maggiori.

Esiste, a livello di affetti, un contatto reciproco tra la coppia genitoriale e il bambino che mantiene viva e dinamica la relazione.

Funzione DIFFERENZIALE

La genitorialità ha due diverse modalità di esprimersi: una materna (maternalità) e una paterna (paternalità).

Al giorno d’oggi, non è semplice attribuire esclusivamente alla donna la funzione materna e all’uomo la funzione paterna in quanto tali modalità entrambe presenti nel genitore interno, sia del padre che della madre, possono esprimersi con accentuazioni e percentuali molto diverse.

Va tuttavia riconosciuto che all’interno di una coppia genitoriale entrambe le funzioni devono essere presenti per permettere un gioco relazionale sano.

Nelle prime fasi evolutive, la funzione materna si ancora in una modalità relazionale duale mentre la funzione paterna ha, da una parte, il compito di proteggere la diade da interferenze esterne e, dall’altra, di aprirla e riportarla in un ambito triadico .

Va sottolineato comunque che, in tutte le fasi evolutive attraversate del bambino, il gioco tra le diverse modalità genitoriali diventa essenziale per uno sviluppo psichico sano.

Funzione TRANSGENERAZIONALE

Potremmo definire questa funzione come l’immissione del figlio dentro una STORIA, una narrazione, che appare reale e anche un po’ sognata.

E’ la storia della propria famiglia, è il continuum generazionale dove si inserisce la nascita.

Questa funzione rimanda ovviamente ai rapporti tra generazioni, a come si collocano i genitori dentro le rispettive storie familiari e come si colloca la nascita di un figlio dentro quel particolare momento della storia generazionale.

Inoltre, importanti sono gli intrecci tra le due storie familiari del padre e della madre, le relazioni tra le due famiglie d’origine poiché da ciò deriverà l’immagine relazionale del neonato come individuo che avrà un insieme di relazioni o come essere in cui esiste un veto rispetto ad un ramo familiare o ad una particolare persona.

Il genitore “capace”

Non esiste un modo considerabile a-prioristicamente giusto per essere genitori capaci.

Ogni genitore stabilisce con il figlio un tipo di relazione specifica, in base non solo al proprio senso di sé ed al proprio significato personale (Guidano, 1992) ma anche alla modulazione del legame di attaccamento che con il figlio si struttura sin dai primi momenti della sua vita.

Come nei primi anni “la spiccata propensione a strutturare un’intensa reciprocità emotiva con i genitori appare come il vincolo ontologico alla base di ogni possibile ordinamento dell’esperienza” (Guidano, 1992), per il bambino il legame genitoriale mantiene le stesse caratteristiche fondamentali di decodifica della realtà nel processo di costruzione del senso di sé, della sua personalità, lungo tutto il suo percorso evolutivo fino all’età adulta.

Nel parlare di capacità genitoriali si tiene in considerazione sia la disponibilità a garantire nel tempo una prossimità fisica con il proprio figlio sostenendolo nei suoi bisogni materiali, sia la capacità di strutturare e mantenere un legame affettivamente significativo, emotivamente caldo, che funga in qualsiasi momento evolutivo del bambino da base sicura.

L’idoneità genitoriale viene definita quindi dai bisogni stessi e dalle necessità dei figli in base ai quali il genitore attiverà le proprie qualità personali, tali da garantirne lo sviluppo psichico, affettivo, sociale e fisico.

Il parenting si propone come una competenza articolata su quattro livelli:
a) nurturant caregiving, che comprende l’accoglimento e la comprensione delle esigenze primarie (fisiche e alimentari);

b) il material cargiving, che invece riguarda le modalità con cui i
genitori preparano, organizzano e strutturano il mondo fisico del bambino;

c) il social caregiving, che include tutti i comportamenti che i genitori attuano per coinvolgere emotivamente i bambini in scambi interpersonali;

d) il didactic caregiving, riferito alle strategie che i genitori utilizzano per stimolare il figlio a comprendere il proprio ambiente.

Guttentag et al. (C.L. Guttentag, C. Pedrosa-Josic, S.H. Laundry, K.E. Smoth, P.R. Swank, “Individual Variability in Parenting Profiles and Predictors of Change: Effects of an Intervention With disadvantaged Mothers”, in Journal of Applied Developmental Psychology, vol. 27(4), 2006, pp. 349-369), partendo da quattro componenti correlate ad uno stile parentale comprensivo e “responsivo” quali:
a) la capacità di rispondere alle richieste,

b) la capacità di mantenere un’attenzione focalizzata,

c) la ricchezza del linguaggio,

d) il calore affettivo,

osservano che questi criteri sono correlati a specifici pattern di abilità parentale.

Non è superfluo sottolineare l’importanza delle cure genitoriali che i bambini ricevono nell’infanzia come base del loro benessere emotivo e affettivo attuale e di gran parte di quello futuro.

Gli studi sull’attaccamento indicano infatti che le cure e le attenzioni ricevute dalla figura di riferimento (caregiver) nelle prime fasi di sviluppo contribuiscono a formare i cosiddetti Modelli Operativi Interni, che rimangono attivi, spesso con pochissime variazioni, in tutto l’arco della vita, influenzando le scelte – soprattutto affettive e relazionali – di ciascun individuo.
Sono dunque estremamente duraturi gli effetti prodotti dalle carenze nell’educazione e nella protezione ricevuta dai propri genitori nei momenti di bisogno (oltre che della violenza vera e propria di cui si può essere stati spettatori) e questo, a sua volta, evidenzia il rischio della continuità intergenerazionale dell’inadeguatezza genitoriale in quelle persone che hanno sofferto nell’infanzia della distorsione delle cure parentali.

Quando si possono intravedere i presupposti di una continuità del rischio genitoriale, è necessario richiedere un intervento preventivo e riparativo agli enti pubblici preposti a tutelare e a sostenere il diritto dei figli alla cura e alla protezione e il diritto dei genitori a essere sostenuti nei momenti di difficoltà (sostegno alla genitorialità).

La valutazione psicosociale della capacità genitoriale

In genere sono i Tribunali e i servizi psicosociali territoriali gli organismi deputati a prendere decisioni in questo ambito così delicato, decisioni che influenzeranno in modo permanente la vita degli adulti e dei minori a rischio.

Di fronte a queste valutazioni agli operatori sono richieste competenze tecniche e pragmatismo, ma anche tanta sensibilità, accortezza, professionalità e profonda coscienza.

Nel processo di valutazione delle cure genitoriali che precede la decisione di allontanare temporaneamente un bambino dalla sua abitazione per affidarlo ad un’altra famiglia o ad una comunità d’accoglienza o, viceversa, che consente di ritenere l’ambiente d’origine idoneo alla crescita e sviluppo dei minori, nonostante i rischi presenti, riveste un’importanza cruciale la capacità dell’operatore di riuscire a individuare e a valutare, se presente, l’alleanza tra figli, genitori e chi è chiamato ad aiutarli.

Il professionista deve essere in grado di comprendere sia la qualità del mondo relazionale interiorizzato dal genitore, sia la sua capacità di rielaborarlo, in quanto, come è stato ribadito, non è la presenza di buone relazioni passate con i propri genitori a garantire l’attuale funzionamento positivo con i figli, ma è la capacità di ricordare e rielaborare anche quelle esperienze connotate in maniera più negativa.

Questa area tematica richiede anche l’esplorazione di quanto e come il genitore riesca a mantenere una relazione di sostegno reciproco con il partner tale da evitare o ridurre conflitti e tensioni, specialmente nel caso di separandi/divorziandi.

Gli ambienti caratterizzati da conflitti perduranti e accesi che coinvolgono direttamente il figlio o lo espongono alle minacce e alle violenze verbali e/o fisiche tra i genitori, infatti, sottopongono a così grave minaccia il benessere emotivo del bambino/a da richiederne, a volte, il suo immediato allontanamento, o l’allontanamento del genitore disfunzionale, violento.

Inoltre è necessario comprendere quanto e come la famiglia sa rispondere alle condizioni di stress relazionale e quali sono i significati che il figlio assume agli occhi dei genitori.

Non è raro, infatti che in situazioni dove è gravemente compromesso il benessere del bambino emerge come egli rappresentasse per il genitore maltrattante l’oggetto di un conflitto irrisolto o l’espressione di un fallimento personale o quant’altro era vissuto dal genitore stesso come invalidante per l’immagine di sé e delle proprie capacità.

Infine, va valutato il contributo apportato dal figlio/a stesso/a alla relazione con i genitori.

Bambini con temperamento difficile, ad esempio, sono più esposti al maltrattamento da parte di genitori stressati o in difficoltà, così come quelli che interagiscono aggressivamente o negando i partner dei propri genitori nelle famiglie ricostituite alle quali appartengono, contribuendo a generare in quest’ultimi e nei propri genitori naturali sentimenti di impotenza, vissuti di distanza emotiva e riduzione della disponibilità ad occuparsene.

La valutazione del funzionamento familiare non può prescindere da un’accurata disamina delle opportunità di sostegno offerte dall’ambiente allargato in termini di risorse formali (servizi per il bambino e la famiglia) o informali (vicinato, volontari, famiglia allargata…) rese disponibili dalle reti sociali di sostegno.

Anche in questo caso la letteratura ha sottolineato con grande coerenza come i genitori socialmente isolati tendano a trascurare più degli altri i propri figli.
Sono questi i casi dove si verificano frequenze maggiori di diverse forme di abuso.
Nella valutazione del rapporto con l’esterno merita una particolare attenzione la forma assunta dalle relazioni intrattenute dalla famiglia e/o dal figlio/a con gli operatori dei servizi territoriali.

Un sentimento di profonda ostilità percepito nei confronti delle istituzioni, ad esempio, potrà indirizzare in maniera più corretta sia i possibili interventi mirati al ripristino del funzionamento familiare sia la capacità prognostica dell’operatore, così come un’eccessiva dipendenza dalle decisioni assunte dagli altri daranno utili informazioni sul livello di deresponsabilizzazione assunto.

Infine vanno valutate le potenzialità di cambiamento che consentono al professionista di comprendere quali probabilità vi sono che un aiuto terapeutico possa risultare utile per il superamento della inadeguatezza attuale.
Va infatti compreso quanto e se la famiglia sia in grado di trarre vantaggio dall’aiuto proposto o se, al contrario, la tutela del bambino imponga si scegliere un altro contesto di vita.

La capacità di avvalersi dell’aiuto offerto può essere valutata attraverso l’esplicito riconoscimento del problema e l’interesse a collaborare alla sua soluzione.

Al contrario, troviamo scarse potenzialità di collaborazione e cambiamento in chi si oppone alle proposte degli operatori, a chi si ostina nella negazione dei problemi esistenti, in chi non accetta la responsabilità per il ruolo assunto nella situazione problematica, in chi nega la necessità di un aiuto esterno, in chi è incapace di vedere in altre persone delle potenziali fonti di aiuto.
Inoltre, il professionista deve essere in grado di comprendere quali reazioni hanno suscitato i tentativi di aiuto precedenti per non incorrere in un analogo fallimento.

Risulta ormai chiaro che valutare l’idoneità dell’ambiente di vita familiare non consiste nel giudicare le caratteristiche del /dei genitori, ma comprendere quali sono le modalità ricorrenti di interazione di quel nucleo in modo da capire se la crisi attualmente attraversata sia momentanea e occasionale e passibile di cambiamento attraverso un intervento mirato esterno, o se rappresenti invece un adattamento cronico altamente disfunzionale e non sensibile alle risorse esterne accessibili.
In termini operativi si può affermare che la validità genitoriale dipende tanto dalla capacità di promuovere nel figlio nell’arco dell’infanzia quelle competenze necessarie al bambino/a per sviluppare una rappresentazione del genitore come capace di offrire sicurezza e protezione e una corrispondente immagine di sé come efficace e degno di amore, quanto dalla capacità di evitare che i figli stabiliscano nel tempo modalità di adattamento magari efficaci nel presente, ma che a lungo tempo estremamente dannose (si pensi al bambino/a che si adatta positivamente alle molestie sessuali ricevute dal genitore, ad esempio per paura di maltrattamenti fisici o di procurargli dispiacere rifiutandosi), perché tali modalità verranno ripetute in altri contesti diventando una risposta coerente ma altamente disadattiva alla relazione con adulti e coetanei.

Allo scopo di meglio comprendere la stabilità/ instabilità disadattiva del funzionamento familiare, la prospettiva sistemica, ormai consensualmente adottata da chi si occupa di famiglie, consiglia di valutare i seguenti aspetti del sistema familiare che, integrando le aree già esposte, consentono di realizzare al meglio il compito affidato al colloquio di valutazione: il ciclo di vita familiare, la transgenerazionalità, l’evoluzione della famiglia, il genogramma, gli attaccamenti, le convinzioni e le percezioni, le attribuzioni causali e i livelli di significato del figlio per i suoi genitori.

Brevemente, l’analisi del ciclo di vita familiare consente di comprendere se la famiglia sta risolvendo in maniera adeguata i compiti evolutivi che ogni fase del ciclo di vita familiare prevede (la vigilanza e la cura dei piccoli nei primi anni, ad esempio, e la vigilanza, pur nella concessione di più ampie autonomie in età adolescenziale).
La transgenerazionalità offre informazioni rilevanti sul peso nell’attualità di esperienze, miti e narrazioni che possono risalire anche a tre o quattro generazioni precedenti, ma che possono tuttora influenzare l’accettazione del figlio o l’attribuzione di sue caratteristiche a quelle di un avo screditato dalla famiglia stessa pervenendo ad una sua identica svalutazione.

L’evoluzione della famiglia. Nella prospettiva sistemica, ormai ampiamente condivisa, la famiglia è un sistema vivente dotata di una propria evoluzione che ne garantisce la continua adattabilità alle trasformazioni subite lungo il suo ciclo di vita (matrimonio, nascita di un figlio, emancipazione e suo allontanamento in età adulta etc.). Laddove tali trasformazioni non solo non vengono percepite, ma sono ostacolate nell’illusoria fantasia di congelare il presente possono insidiarsi forme anche gravi di disadattamento (si pensi ad esempio ad una madre che continua a imboccare il bambino anche in età in cui è richiesta una sua completa autonomia nella nutrizione).

Gli attaccamenti. La comprensione del modello operativo di sé e della figura di attaccamento che il genitore possiede nell’attualità consente di comprendere quali sono le modalità relazionali rivolte alla cura del proprio figlio e quali le possibili difficoltà presenti nel soddisfare i suoi bisogni.

Le convinzioni e le percezioni degli eventi familiari condivisi o meno dai membri di una famiglia forniscono utili informazioni sui diversi vissuti e sulla condivisione di storie e narrazioni che assumono la connotazione di veri e propri “miti”, in grado di spiegare eventi e differenziare la famiglia dall’esterno.
Le attribuzioni causali indicano i processi impiegati dai genitori per spiegare eventi funesti o fortunati della loro esperienza. I genitori maltrattanti tendono ad attribuire al fato, al destino, la responsabilità di ogni evento nel quale non sono stati capaci di proteggere e tutelare i loro figli così come attribuiscono a questi ultimi la responsabilità di loro azioni inadeguate (“Non ce l’ho più fatta perché è troppo cattivo”, “Non volevo picchiarlo ma mi ha esasperato”…)
I livelli di significato del figlio per i suoi genitori. Chi è il bambino agli occhi dei genitori? Quali ricordi o immagini evoca e quali sentimenti suscita?

La comprensione delle risposte a queste domande ha consentito, in molti casi, di spiegare le ragioni di un abuso apparentemente immotivato o di un atto aggressivo non giustificabile solo tramite l’analisi della realtà oggettuale.

Idoneità genitoriale del padre e della madre

La normativa italiana (vedi legge 149/2001) identifica chiaramente: “Affidatari e adottanti devono essere in grado di assicurare al minore il mantenimento, la stabilità abitativa e di convivenza, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno”.

In altre parole emergono indirettamente, ex legge, due concetti che possono essere individuati come pilastri indispensabili per potere accertare la presenza di una idoneità genitoriale tale da garantire una sicura base al minore: idoneità affettivo-relazionale e capacità educativa.

Fornari (2004) ipotizza a tal fine l’obiettiva ricerca di “indicatori di idoneità genitoriale”:

  1. sostegno alla crescita, attraverso atteggiamenti di tenerezza, comprensione e accoglienza;
  2. approvazione e incoraggiamento durante i processi di crescita, di autonomizzazione e di allontanamento;
  3. sostegno e approvazione nel processo di presa di distanza emotiva, normativa e relazionale;
  4. capacità di non erogare ricompense che servano a rinsaldare un legame di dipendenza o mantenere intatto l’accudimento che conserva e non trasforma;
  5. legittimazione dell’impresa che si va a compiere o che si è appena compiuta;
  6. capacità di evitare atteggiamenti di collusione, nutrimento, rinforzi narcisistici, intimità invischiante, potere di esorcizzare il vuoto, il nulla che può esserci in noi;
  7. capacità di tenere ben distinti i ruoli amichevoli, coniugali da quelli parentali;
  8. capacità di richiamo costante al principio di realtà e al concetto di limite;
  9. capacità di riconoscimento, di rispetto e di reciproca tutela dei rispettivi ruoli genitoriali.

L’Autore aggiunge che l’adulto competente è colui che:

  • incoraggia l’autostima;
  • favorisce la presa di coscienza dei bisogni e dei desideri e delle loro possibilità concrete di realizzazione;
  • aiuta a distinguere tra un sogno o una meta idealizzata e la costruzione di un progetto concreto, garantendo la possibilità di sostegno in caso di richiesta o di necessità e arginando le fughe in avanti o i ripiegamenti passivizzanti e deresponsabilizzanti.

BIBLIOGRAFIA

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