Sei un incapace!

autostima

Autostima

“Sei un incapace!”

A forza di sentirselo dire, va a finire che uno ci crede veramente fino a convincersi di non essere in grado, non solo di fare quella specifica cosa, ma anche quelle che prima gli riuscivano bene.

Il sapere non fare una cosa diviene nella nostra mente un non sapere più essere: quell’etichetta di incapace si cuce nella nostra mente e, come uno stigma, condiziona il nostro vivere quotidiano.

Ci sentiamo incapaci di fronteggiare le difficoltà che possono presentarsi nel nostro cammino e allora ci pervade un senso di sconforto e di scarsa fiducia in noi stessi e nelle nostre abilità.

Tipo effetto domino, la nostra autostima comincia a vacillare, in alcuni casi a sgretolarsi, perché ci lasciamo invadere, come un fiume in piena, dalle critiche che ci vengono rivolte.

L’Altro, convinto di spronarci a fare di più e meglio, immaginando di suscitare in noi una reazione, in realtà ci ferisce, consapevolmente o meno, per quanto le sue intenzioni iniziali fossero buone. Ma erano le sue.

Tutto ciò ha un grandissimo impatto sulla nostra autostima in quanto ci fa fortemente dubitare di noi stessi.

Se mai ci fosse una incapacità, dobbiamo imparare a circoscriverla alla singola attività.

Le critiche devono essere mirate al raggiungimento di un obiettivo e la loro finalità non è la distruzione dell’autostima dell’altro, quanto un rinforzo alle fondamenta di un io in grado di fronteggiare le avversità potendo contare sulle proprie potenzialità.

Chiamandoci fuori dall’equazione “incapace a fare una cosa = incapace come persona”, realizzeremo che gran parte delle nostre risposte emozionali di fronte ad una critica di questo tipo sono per lo più ingiustificate e non necessarie.

Per l’Altro:

“Se mi dici che sono incapace, finisco per crederci!”

“Se mi dici che potrei essere capace, ho davanti un ventaglio di possibilità!”

Per me:

“Se mi dico che potrei essere capace, ho una speranza di riuscita!”

“Se mi dico che sono capace, magari inizio a sentirmi capace…e questo è solo il principio!”

 

Adriana Biase

Fa quel che può, quello che non può non fa!

Child with learning difficulties

Una maestra, dopo aver consegnato le schede di valutazione ai genitori, scrive queste riflessioni sul voto nella sua bacheca:
“Non sono stata capace di dire no. No ai voti. Alla separazione dei bambini in base a quello che riescono a fare. A chiudere i bambini in un numero. Ad insegnare loro una matematica dell’essere, secondo la quale più il voto è alto più un bambino vale.
Il voto corrompe. Il voto divide. Il voto classifica. Il voto separa. Il voto è il più subdolo disintegratore di una comunità. Il voto cancella le storie, il cammino, lo sforzo e l’impegno del fare insieme. Il voto è brutale, premia e punisce, esalta ed umilia. Il voto sbaglia, nel momento che sancisce, inciampa nel variabile umano. Il voto dimentica da dove si viene. Il voto non è il volto.
I voti fanno star male chi li mette e chi li riceve. Creano ansia, confronti, successi e fallimenti. I voti distruggono il piacere di scoprire e di imparare, ognuno con i propri tempi facendo quel che può. I voti disturbano la crescita, l’autostima e la considerazione degli altri. I voti mietono vittime e creano presunzioni. I voti non si danno ai bambini. In particolare a quelli che non ce la fanno”.

Viene subito da pensare al maestro Alberto Manzi che nei primi anni ’80 si rifiutò di redigere le pagelle e al posto del voto metteva un timbro: “Fa quel che può, quello che non può non fa”.