Tutto triste il camaleonte si rese conto che per conoscere il suo vero colore doveva posarsi nel vuoto

czHo sempre pensato al camaleonte come ad un essere fortemente adattabile: inserito in qualsiasi contesto, per sua stessa natura, l’ho visto assumere i colori, quindi atteggiamenti e comportamenti, di chi gli sta accanto.

Questo lo rendeva ai miei occhi un essere tanto accomodante, integrato nel suo ambiente, non ai margini, e per questa sua predisposizione, ben accetto dalla comunità.

Ho immaginato che potesse avere un’esistenza ricca di soddisfazioni, che i suoi genitori fossero fieri di lui, l’ho visto eccellere nello studio e trovare poi un lavoro soddisfacente…tutti a congratularsi con questo camaleonte perché lui sapeva esattamente quello che gli altri si aspettavano da lui. Non poteva deluderli!

Poi un giorno questa frase di Jodorowsky “Tutto triste il camaleonte si rese conto che per conoscere il suo vero colore doveva posarsi nel vuoto.”

Il camaleonte assume vari colori a seconda dell’ambiente circostante, così per risalire al colore originario deve essere libero da tutto ciò che ha attorno.

Anche l’animo umano, per realizzare e riconoscere pienamente se stesso, deve essere libero da ogni condizionamento.

Ma essere completamente se stessi non è facile.

Sin da piccoli siamo chiamati a seguire dei modelli precisi: “Comportati in un certo modo”, “Rispondi in una determinata maniera”, “Mostrati accondiscendente anche quando non sei d’accordo con qualcuno”, “Camuffa i tuoi difetti per piacere di più”…tutto questo per compiacere l’Altro.

Per liberarci dai condizionamenti e vivere pienamente la nostra vita occorre innanzitutto avere il coraggio di rompere con i modelli imposti e soprattutto prendere coscienza del fatto che non siamo al mondo per soddisfare le aspettative altrui.

Bisogna liberarci dalla trappola dei sensi di colpa e capire che essere liberi non significa affatto essere egoisti. L’egoismo non consiste nello scegliere la propria libertà ma nel limitare quella altrui e perché no, agire come se il vuoto realmente esistesse, non fosse altro per scoprire il nostro vero colore.

Adriana Biase

Credi davvero che siano sempre le persone a deluderci?

500 days of summer

Forse siamo noi a sopravvalutarle, a immaginarle diverse da quello che effettivamente sono. Loro sono quello che sono sempre state, siamo noi a renderle più accattivanti ai nostri occhi perché in fondo quello che vediamo non ci piace poi così tanto.

Ci vuole un po’ a capirlo, ma quando saremo in grado di vedere le cose effettivamente per quello che sono, comprenderemo come sono state le nostre aspettative ad essere deluse e non le persone.

Un’aspettativa è sempre legata a una richiesta che, direttamente o indirettamente, facciamo all’altro: “Stammi vicino”, “Sii comprensivo”, “Non farmi male”.

Una richiesta di un nostro bisogno che chiede di essere soddisfatto: ma è il nostro e non quello dell’altro che non sempre è in grado di cogliere e quindi accogliere la nostra richiesta. Di fronte a questo rifiuto, ci sentiamo non compresi, svalutati.

Una richiesta è un’entità distinta non sovrapponibile alla nostra totalità, al nostro essere: ci domandiamo se non ci sia qualcosa di sbagliato in noi e se valiamo abbastanza. Tutto ciò ha un grandissimo impatto sulla nostra autostima in quanto ci fa fortemente dubitare di noi stessi.

Dobbiamo imparare a confinare il rifiuto nello spazio circoscritto della richiesta, non ritenerlo un nemico da abbattere ma una risorsa che ci aiuterà a vivere in maniera più consapevole e autentica la nostra esistenza e quella delle persone che ci circondano.

Quello che domandiamo all’altro non è qualcosa che vorremmo e quindi potremmo chiedere a noi stessi?

Adriana Biase