Alle ore 23.30 di un sabato di Ottobre, Simone ha deciso di togliersi la vita lanciandosi dal decimo piano di un palazzo. Simone, un ragazzo di 21 anni che trascorreva le sue giornate tra famiglia, università e uscite. Io ero lì, nel parcheggio di quello stabile di via Casilina a due passi dal mio ufficio, dopo aver trascorso una serata tra amici. Vedo in lontananza pattuglie della polizia e un’ambulanza allontanarsi a sirene spente e un corpo, il suo, coperto da un lenzuo…lo bianco, e due persone che piangono la morte di un figlio che non vedranno più. Tante domande ma una sola risposta lasciata su un biglietto ritrovato dagli inquirenti: “Io sono gay! L’Italia è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza.” A Roma questo è già il terzo caso di suicidio … Novembre 2012: Andrea, 15 anni, il ragazzo dai pantaloni rosa, si stringe una sciarpa intorno al collo lasciandosi soffocare sulla rampa delle scale di casa perché additato dai suoi compagni come omosessuale. Agosto 2013: Roberto, 14 anni, si lancia dalla terrazza condominiale del suo palazzo nel quartiere Torraccia dopo aver attaccato un post-it allo schermo del computer: “Papà, apri la pen-drive, lì capirai il motivo del mio gesto. Addio, vi voglio bene”. Emarginato perché gay. Morti così tragiche mi lasciano sgomenta. Non può calare il silenzio. Sono tanti i giovani e giovanissimi che raccontano storie di non accettazione in famiglia o a scuola, o di difficoltà ad accettare sé stessi. Tutti noi abbiamo fallito. La scuola, la famiglia, le istituzioni, la società. Un fallimento che deve far riflettere su cosa significhi a 21, 15 e 14 anni sentirsi diverso e su cosa significhi per il mondo che ti circonda farti pesare la tua diversità: non esistono omosessuali accanto a eterosessuali, ma persone accanto ad altre persone.Non esistono omosessuali accanto a eterosessuali, ma persone accanto ad altre persone!
Alle ore 23.30 di un sabato di Ottobre, Simone ha deciso di togliersi la vita lanciandosi dal decimo piano di un palazzo. Simone, un ragazzo di 21 anni che trascorreva le sue giornate tra famiglia, università e uscite. Io ero lì, nel parcheggio di quello stabile di via Casilina a due passi dal mio ufficio, dopo aver trascorso una serata tra amici. Vedo in lontananza pattuglie della polizia e un’ambulanza allontanarsi a sirene spente e un corpo, il suo, coperto da un lenzuo…lo bianco, e due persone che piangono la morte di un figlio che non vedranno più. Tante domande ma una sola risposta lasciata su un biglietto ritrovato dagli inquirenti: “Io sono gay! L’Italia è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza.” A Roma questo è già il terzo caso di suicidio … Novembre 2012: Andrea, 15 anni, il ragazzo dai pantaloni rosa, si stringe una sciarpa intorno al collo lasciandosi soffocare sulla rampa delle scale di casa perché additato dai suoi compagni come omosessuale. Agosto 2013: Roberto, 14 anni, si lancia dalla terrazza condominiale del suo palazzo nel quartiere Torraccia dopo aver attaccato un post-it allo schermo del computer: “Papà, apri la pen-drive, lì capirai il motivo del mio gesto. Addio, vi voglio bene”. Emarginato perché gay. Morti così tragiche mi lasciano sgomenta. Non può calare il silenzio. Sono tanti i giovani e giovanissimi che raccontano storie di non accettazione in famiglia o a scuola, o di difficoltà ad accettare sé stessi. Tutti noi abbiamo fallito. La scuola, la famiglia, le istituzioni, la società. Un fallimento che deve far riflettere su cosa significhi a 21, 15 e 14 anni sentirsi diverso e su cosa significhi per il mondo che ti circonda farti pesare la tua diversità: non esistono omosessuali accanto a eterosessuali, ma persone accanto ad altre persone.