Il complesso di Didone. Ma perché le donne toste perdono la testa per gli Enea?

Un articolo dedicato a tutte le donne da leggere, interiorizzare e ripetere a memoria…Grazie all’Autrice Galatea Vaglio

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DIDONE, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.

Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.

Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.

Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. Tanto è vero che, quando tuo cognato – perché gli uomini migliori han sempre fratelli stronzi? Anche questo è un grande interrogativo della storia! – viene lì tomo tomo cacchio cacchio a proporti un “accomodamento” per conservare una forma di potere regale anche dopo che il re tuo marito è defunto, e cioè di sposare lui e farlo diventare l’uomo di casa e il padrone della città, reagisci come una che sulla testa ha una corona, ma non per il caso fortuito d’aver sposato un principe regnante. Fra il diventare schiava, seppur sotto il paramento di un matrimonio legittimo, di un uomo che detesti, e il rischio di partire verso l’ignoto, non hai un attimo di esitazione: parti. Generazioni di donne, prima e dopo di te, si sarebbero rassegnate ad invecchiare in stanze buie, nella tristezza della quotidiana violenza e dell’indifferenza, pur di conservare o di riacquistare il nome di spose. Tu no: prendi e vai via, portandoti dietro quel poco che serve e chi ti è fedele.

Fondi una città. Nel mondo antico le donne non fondano città. Neppure se siamo nel mito. Le donne, ben che vada, accompagnano i fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si fanno rapire dai medesimi, dopo che hanno fondato. Tu no: sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il re di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di dove si fonda una città, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Vabbe’ lo vuoi? Allora mi sposi e quel posto lì te lo regalo.”

Ma tu di matrimoni e di mariti, e di proposte, ne hai già avuti più di quanti te ne servivano, quindi gli ribatti: “Ma no, facciamo un bel contratto, come se fossi un uomo. Io prendo una pelle di bue e tu mi regali tutta la terra che può contenere.”

Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il re locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa a mezzo. Tu sorridi di rimando, e, con l’anda di una Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra ti sei presa tutto il promontorio che t’interessa, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al re locale il sorriso di sufficienza si è trasformato in rictus, perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e bella, è uno smacco che non gli perdoneranno più.

Quindi, via, a costruire. Una città. E mica una qualsiasi. Cartagine, quella che, nata dal sogno di una femmina, sarà regina anche lei, di ogni rotta commerciale. La palude, tu l’avevi intuito, diventa un meraviglioso porto. Nascosto agli occhi indiscreti, proprio perché si apre in quello stagno tondo collegato con un canale che, alla bisogna, si può chiudere per impedire l’accesso ai nemici: è un luogo strategicamente meraviglioso, sì, proprio quel posto lì, dove il buzzurro capotribù vedeva solo una barena costiera senza utilizzo.

Ora, dico io, Didone mia, ragioniamo: sei bella, sei affascinante, e sei pure più intelligente di ogni uomo che hai incrociato nella tua vita. Spiegami, perché Enea? Ma Santi numi di tutto l’Olimpo fenicio e greco in seduta plenaria, che diavolo ci hai visto in lui per perderci così la testa? Caruccio, vabbe’, ma neanche un Paride; eroe, ok, ma di secondo piano. Con la mamma dea, siam d’accordo, ma una suocera così è più una rogna che un bonus: già quelle mortali, sopportale, figuriamoci quelle divine, te le raccomando.

Ti arriva alla reggia che ha sì e no una nave, pieno di fame, di un vago passato pieno di disgrazie, di un futuro che definire incerto è un atto di ingiustificato ottimismo, senza progetti, senza appoggi, sballottato dal Fato, va bene, ma forse anche da un carattere che è tutto un dubbio ed un ripensamento. E tu, che hai congedato senza un rimpianto fior di principi e ti sei salvata da squali ben più pericolosi, a questo tizio cadi ai piedi così, senza un fiato: non fa tempo ad entrare alla reggia che pàffete, per terra, non ti si ripiglia più.

Lo ami. E lui anche, magari, ma è tutto un tira e molla. E i rimorsi per la moglie perduta. E il figliolo che sta sempre tra le palle. E la mamma, la mamma, che preme, e trama, e suggerisce e controlla. Tu, che hai sempre avuto il piglio della donna manager, non ti sei mai fatta dire nulla e hai dato sempre i tempi tu, a tutto, vai nel pallone completo. Questi fanno, disfano, si insediano alla reggia, si sentono a casa loro, e tu non fai un piego, anzi, con il sorriso sulle labbra, prego s’accomodi, le servo anche un the? Non sei più regina, sei uno straccio. Perché poi non è neanche la fatica di star dietro a tutti ‘sti casini: a quelli, diciamolo, ci sei abituata, un po’ d’organizzazione e se ne vien fuori a testa alta, anzi fresca come un fiore. No, chi ti manda ai matti è proprio lui, che c’è, ma non c’è mai, o almeno non del tutto. Che non lo capisci. Sta lì, sul balcone, con lo sguardo misura l’infinito, ma non sai se è perché lo rimpiange, lo rincorre, se ne vuole andare. E quando gli chiedi: “Ma che hai?” ti risponde: “Niente”, con l’aria però di chi ha qualcosa, ma non te lo vuole dire. Ci fosse una casa, come per Ulisse, a cui brama tornare, o una donna, come Penelope, che lo aspetta, capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Almeno sapresti contro cosa combatti. Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

Tu sei lì, cazzo, ti sbatti come una dannata per farlo felice, e lui pare che a esserlo lo sia per fare un favore a te, e nel fondo degli occhi quasi gli leggi persino un rimprovero perché non lo lasci essere infelice in santa pace.

Non sono cattivi gli uomini come Enea. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i bravi ragazzi che ti rovinano la vita. Quelli a cui non ti riesce di dire il vaffanculo che meritano. Ci soffri, santi dei quanto ci soffri, a sentirti sempre tenuta sulla porta dell’anima e mai invitata ad entrare davvero; ti chiedi se ti ama, ti rispondi che sì, ma come può amare lui, cioè nei tempi morti in cui non sta a soffrire per se stesso; tu che hai sempre risolto ogni problema, e salvato tutti, non concepisci di non riuscire a salvare lui, che è in fondo l’unico a cui tieni. Più passa il tempo e più ti annulli, perché speri così di dimostrargli che non si deve sentire un fallito, e anche che tu sei una donna proprio come tutte le altre, anche se regina: bisognosa di un uomo che le stia accanto, a cui far da compagna, e anche un po’ da mamma, e da amica. Bisognosa di riversare su qualcuno tutta la tenerezza infinita che devi nascondere quando tratti gli affari di stato, perché poter essere finalmente dolce e materna, per una donna costretta a vivere in un mondo di maschi, è riposante, è come giocare con le bambole, fa tornar bambina.

Oddio Didone, quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: so a naso che siamo ad un passo dalla fine, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: via, scappa, salvati, lascialo perdere! Guai ad affezionarsi ad uomini così, sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e mollalo a cucinare nel suo brodo. Non vogliono essere salvati, quelli così: nel loro dolore ci stanno benissimo, come in una cuccia. Se lo sono costruito come un rifugio. Credono di vivere un grande dramma esistenziale, ma il loro dramma è in realtà una comunissima vita, con le sue batoste: sono loro che, a furia di fisime, la trasfigurano in una tragedia senza eguali, di cui però scaricano il vero peso a chi sta loro intorno, e alla fine ne escono sempre puliti, con un’aria di vaga melanconia molto chic.

Non te lo grido, naturalmente, e tu non potresti sentirmi. Così rotoli verso il disastro, che arriva puntuale. Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà. Dirlo significherebbe ammettere che ha una qualche responsabilità in come gestisce la sua vita: che sono le sue scelte, non il fato o la sfiga a trasformarlo in ciò che è, perché non c’è nulla al mondo, in verità, che ci costringa a fare qualcosa se davvero non vogliamo.

E tu ti senti morta. Morta dentro. Di botto, senza un avviso di chiamata. Non c’è più niente intorno, e dentro solo il vuoto. Perché a lui hai dato tutto, e non è rimasto più nulla per te. Ti resta solo la spada, che carezzi prima di salire su una pira funebre: sei sempre organizzata, tu, mica lasci l’incombenza del tuo funerale agli altri che verranno. E ti ammazzi, lanciando maledizioni: sai che quelle non colpiranno, ma speri che almeno la fama della tua morte offuschi un po’ quell’aura da bravo figliolo ligio e sfortunato che è l’unica cosa a cui lui tiene veramente, perché oltre a quel ruolo non ha altro, e mai null’altro avrà.

Didone, non si fa così, ecchecazzo. Ogni volta che finisco il canto piango, ma mica per quella stupidaggine dell’amore romantico o del destino avverso. Piango perché, porca di una miseria, non ci si può lasciar ridurre così dal primo cretino che passa.

Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera… e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.

Fonte: https://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2009/07/06/il-complesso-di-didone-ma-perche-le-donne-toste-perdono-la-testa-per-gli-enea/

8 pensieri su “Il complesso di Didone. Ma perché le donne toste perdono la testa per gli Enea?

  1. Devo dire che non avevo letto così attentamente questa parte, ma mi sono sempre fidata del mio istinto…ma cmq quel istinto mi ha quasi portato a fare la stessa fine per un ragazzo così, che aveva fatto del suo mistero la sua vita…mi è costato quasi la vita, mi ha salvato mio figlio Francesco, Ora vivo in un altra città e piango per quella ragazza che l’ha sposato e non ha capito che tutti i suoi guai presenti e futuri dipenderanno da lui. Io sono quì…non so se me lo merito…ma di sicuro non mi merito la morte 🙂

  2. Commento gustoso, intelligente e psicologicamente centrato…ti viene da dire “povero Enea” per essersi perso una femmina così…non sapremo mai se il vero motivo del distacco fosse l’instabilità di Enea o magari una incompatibilità fisica tra i due, forse olfattiva…nell’antichità non si lavavano molto…

  3. Mia figlia, lo scorso anno, in prima media, affronta alcuni passi dell’Eneide ed una sera, mentre si prepara per andare a letto, mi fa con noncuranza, così, come parla quando deve stroncare qualcheduno: “Ma mamma, ma ‘sta Didone era proprio scema. Ma non l’aveva capito che Enea mica si fermava lì da lei? Si capiva subito che quello lì finiva col partire – e poi era anche noioso, sempre lì coi suoi doveri..:”
    Le ho detto di ricordarsi di queste sue considerazioni tra qualche anno…

  4. Ciao a tutti, sono Enea.
    Sono un semidio asceso all’olimpo. Ho superato i tremila anni – da non molto – e posso quindi permettermi di esporre pubblicamente il mio pensiero, senza paura di essere per questo messo alla berlina o denigrato pubblicamente, quale corruttore di animi regali e cuori principeschi.
    Ho imparato a navigare in rete molto meglio che per mare e per mia buona sorte oggi sono approdato a questo articolo.
    Leggo sempre tutto ciò che mi riguarda e da tempo sono alla ricerca di una sede in cui spiegare la mia versione dei fatti accaduti a Cartagine, pochi anni dopo la sua fondazione, ad opera di quella stessa Didone di cui si parla (come di me del resto) in questo articolo.
    Come mia abitudine mi manifesto quando nessuno prende le mie difese. Soprattutto se leggo considerazioni così di parte. Così spudoratamente dalla parte di Didone.
    Didone. Il mio grande rimpianto. La mia lasciata è persa.
    Forse.
    Sicuramente la scelta che non feci, l’occasione che non colsi.
    Però bho. Chi lo sa..
    Questa considerazione l’avrei potuta meglio spendere se, anche davanti a me come a molti comuni mortali, si fossero un giorno spalancate le porte di un ospizio, nel quale avrei trascorso le mie ultime giornate terrene.
    Le ultime giornate in assoluto, quelle che – per voi mortali – quando non vi capita un accidente, scorrono lente e noiose, con le infermiere che vi imboccano e vi tengono legati al letto, per evitare che cadiate e vi rompiate qualche ossa.
    Però, sapete com’è, sono stato un semidio e non ho diritto alla stessa “fine” cui avete diritto voi comuni esseri umani.
    Vi parlerò, qui ed in ogni caso, come se quanto accaduto quel giorno con gli etruschi fosse stato il mio ultimo atto da vivente. O meglio da terreno. Come siete voi, come era Didone.
    Dunque. Ai tempi di Cartagine ero per prima cosa un giovane marinaio e peraltro manco sapevo del mio status divino. Avevo davanti agli occhi lo spazio indefinito e quieto che è il mar Mediterraneo. Innanzi ai miei occhi quella prospettiva da cui sarebbe stato facile per chiunque comprendere che la terra è effettivamente tonda. L’orizzonte marino. Quella cosa che non smette di affascinarvi anche dopo migliaia di anni.
    Davanti a me si estendeva il mondo degli umani. E in un certo senso si estendeva anche il mondo degli dei.
    Avevo per la testa un sacco di pensieri. Cose da fare. Progetti da concepire e poi realizzare, persone da conoscere, posti da vedere, città, imperi e genti cui dare fondazione e origine.
    Portavo in me il seme degli ittiti, che avrei poi deposto per fecondare l’Europa intera e il mar Mediterraneo tutto.
    Didone.
    Non voglio divagare.
    Didone era intelligente, bella, ricca, potente, forte e determinata. Saggia e coraggiosa. Ribelle al punto giusto. Virtualmente “moglie e madre esemplare”. Già allora, mi chiedevo chissà quale fragoroso epitaffio avrebbero inciso sulla sua tomba..
    Comunque, alcune cose sul suo conto oramai già le sapete: Didone si era già concessa ad altro uomo ed è a lui che aveva promesso amore eterno. Certo, è più che chiaro che, a quei tempi, fosse cosa normale – per una donna – sopravvivere al marito, specie se Re e guerriero.
    Il primo punto a favore della mia scelta di andarmene è, dunque che, sebbene Didone fosse vedova, io sono stato per lei una seconda scelta. Non potevo contare sull’effetto di quell’amore travolgente e vergine che si insedia nei cuori più romantici e li seduce per l’intera esistenza. Il suo cuore era già stato promesso e poi infranto dalla morte.
    A Cartagine, per lunghi mesi, dal mio balcone vista mare riflettei sul mondo liquido che si apriva davanti ai miei occhi, in cui sapevo esistere meraviglie da me mai viste prima, udite solo nei racconti dei marinai.
    Per mesi mi domandai se fosse giusto legarmi ad una donna. A quella donna. Se fosse giusto rinunciare ai miei sogni. A quei sogni. Se dovessi fermarmi. O se fosse stato meglio ricominciare. Da capo. Ogni giorno.
    Non sono ansioso, ma poco ci manca. L’immobilismo verso il sentimento di Didone era la manifestazione esteriore della rassegnazione che cresceva ogni giorno dentro di me.
    Ero e sono un viaggiatore, lo sapete. Ho bisogno di spazio, di avventure. Di orizzonti ampi. A Cartagine giunsi dal mare, dopotutto.
    Sia chiaro, inoltre, che con Didone sono stato sempre onesto. Sempre. Fin dal principio dei nostri pochi giorni felici. Oddio, forse non proprio chiaro e trasparente. Forse un po’ scontroso e alle volte scostante. Ma questo è quello che sono stato, fedele ai miei ideali ed alla mia natura, per tutta la mia vita terrena.
    Tra l’altro, non capisco perché quest’articolo – che prima mi ha catturato e poi mosso all’autodifesa – pieno di velati insulti e simpatici aneddoti sulla mia natura ed esistenza, si titoli “Perché le donne toste perdono la testa per gli Enea”.
    Mi pongo questo dubbio perché, leggendolo e rileggendolo, non ho trovato uno straccio di spiegazione al motivo per il quale le donne toste perdono la testa per gli Enea. Mi avrebbe fatto piacere scoprirlo. Avrei potuto cambiare qualcosa in me. Avrei potuto suggerire qualcosa di utile agli altri Enea che incontro ancora oggi.
    Cioè.. mi aspettavo di capire perché Didone si fosse innamorata di me, perché avesse scelto (l’amore non è poi, in fondo, una scelta?!?) di restar fedele al sentimento per me, perché fosse arrivata ad uccidersi per amore mio.. E invece ci trovo solo consigli spiccioli e moderni, figli degli ultimi anni della riscossa femminile (non femminista, sia chiaro!).
    Suggerimenti peraltro che a quell’epoca, dato l’irrisorio numero di donne intraprendenti e di successo (di manager col tailleur non se ne sono viste per i 3000 anni successivi), non avrebbero avuto probabilmente alcun senso.
    Suggerimenti che, dopotutto, forse non hanno senso nemmeno ora..
    Nel senso che se non si aiutano le lettrici, incuriosite dal titolo accattivante (“Perché..”) a leggere l’articolo, a capire cosa le spinge ad innamorarsi di un Enea qualsiasi, dov’è il senso di un titolo di tal portata? E quale quello di tutti quei consigli pratici, se non far scaturire un sorriso di compiacenza e complicità?
    Mi prenderò quindi la briga, scendendo dal mio scranno dell’Olimpo, di raccontarvi un po’ di Enea e un po’ di Didone, ma anche un po’ di come andarono i fatti sulla sponda sud del Mediterraneo circa 3000 anni fa.
    Dunque, prendiamo per vere – per semplificare un po’ questo lavoro – tutte le considerazioni fatte su di me: (a caso) nel mio dolore ci sto benissimo (bla bla bla..), non voglio essere salvato (bla bla bla..), ho un vuoto dentro che mi rosica e non si può colmare (bla bla bla..), ho rimorsi per la moglie perduta (bla bla bla..), sono un eroe di secondo piano (… insomma rileggete l’articolo che è pieno di graziose e confortanti descrizioni del mio essere terreno…).
    A questo punto, avrete già capito, non sono stato poi granché come “maschio”, in vita. Sicuramente collocabile in un gradino intermedio tra un qualsiasi perdente ed un olezzoso mendicante. Un tipo abbastanza sfigato. Diciamo pure decadente. O irrisolto. O scostante. O sognatore. Dubbioso di sicuro.
    Ma il punto non è questo. Il titolo dell’articolo suggerisce che si sarebbero trovate spiegazioni sul perché una donna tosta perde la testa per uno come me. Non pensavo fosse così tanto Eneacentrico, bensì e piuttosto Didonecentrico. Dopotutto io ero e sono quello che sono e questa cosa la sarò per sempre. Dopotutto l’Eneide – in cui si narra un po’ anche di Didone – era il film della mia vita!
    Vera protagonista di questo articolo, salvo trattarsi di domanda retorica, dovrebbe essere la risposta a “perché Didone perse la testa per Enea”, perché decise di restargli devota in vita e perché non perse mai l’amore e la passione per il sottoscritto.
    Didone era tosta. Lo dice il titolo stesso dell’articolo. Didone aveva un gran bel complesso e si innamorò perdutamente di me. Di me che come ho appena ammesso sono molto più simile a Paperino che a Wolverine. Che a Spartaco. Che ad Alessandro Magno.
    Potrebbe essere, questa sua cotta mitologica, il rovescio della medaglia del suo stesso e tanto decantato caratterino. Potrebbe essere l’istinto materno che la spingeva a voler accudire un cucciolo tanto “indifeso”, sebbene già grande e grosso. E pure navigato.
    Però non ho mai creduto che fossero queste le ragioni.
    La ragione del suo innamoramento potrebbe essere stato anche solo il “bisogno” di amare il proprio opposto; un opposto che la attraeva immensamente proprio perché antitetico. Ci avviciniamo di più, ma non ci siamo ancora.
    Potrebbe essere il vanesio desiderio di salvarmi da me stesso, dal mio stesso brodo, in cui da solo mi andavo cucinando. E qui ci siamo quasi.
    Consideriamo, a questo punto, che una donna tosta abbia mille ammiratori. Ovviamene quando è bella oltre che tosta ne ha ancora di più.
    Ma una donna tosta non è che uno dei tanti tipi di donna esistenti, come del resto gli Enea sono uno dei tanti tipi di uomo esistenti.
    Un altro postulato della mia arringa considera che le lettrici di questo articolo siano sicuramente tutte donne toste, o asserite tali. Questo perché, del resto, non avrebbero avuto interesse a leggere l’articolo se non lo fossero state..
    Didone, poi, era abituata ad ottenere ogni cosa, ricevendola in dono per la sua bellezza o conquistandola grazie alle sue abilità ed alla sua intelligenza.
    Potrebbe allora essere stato, a farla infatuare di me, il gusto per la grande impresa, il gusto – irresistibile per una donna forte e vincente – di superare anche l’ostacolo dato dall’umoralità del bell’Enea tenebroso e conquistarlo. Mi amava solo perché le sfuggivo, quindi. Mi amava solo perché non era riuscita a catturare la mia attenzione ed a tenermi lì con se con alcun mezzo e alcuna delle sue mille qualità.
    Se le cose fossero andate come vanno nel 99% dei casi, sarebbe accaduto che – prescindendo dai suoi gusti per me – io mi sarei follemente innamorato di una donna tanto bella e tanto arguta e tanto coraggiosa. Tanto tosta.
    Le avrei fatto una corte spietata e magari, viste le mia caratteristiche semidivine, l’avrei pure conquistata.
    Sia chiaro a tutti – una volta per tutte – che non glie l’ho mandato io Cupido!
    Lei, in ogni caso, ha colto perfettamente le mie immense qualità terrene. E si pure è messa nella posizione di facilitarmi il compito di conquistarla. Si è resa, in un certo senso, disponibile per me.
    Nella assoluta convinzione che io sarei corso a mettermi ai suoi piedi.
    E’ stata proprio questa cosa, cioè che io fossi in tutt’altri pensieri assorto, che ad un certo punto l’ha fatta un po’ sfollare.
    Didone dava per scontato che chiunque avesse incontrato si sarebbe innamorato perdutamente di lei, in quanto donna ricca, tosta, famosa, forte, coraggiosa, saggia, avveduta e scaltra.
    Ma come tutti sanno, anche perché scritta in tutti i manuali del perfetto seduttore, non c’è modo migliore per conquistare una donna tosta se non dimostrarle il proprio disinteresse: quando si sentire infinitamente insicura dei propri punti di forza, allora è lì che vacilla, perde il controllo della situazione e cede di fronte al disinteresse dimostratole.
    Le donne, lo sappiamo tutti, fin dai tempi dei tempi sono abituate ad essere corteggiate e prede. Sanno però di esser sono loro a decidere tempi e modalità del corteggiamento e dell’abbocco.
    Didone non sapeva darsi risposta alla domanda “Mah perché cavolo” io non fossi interessato a lei al punto da rinunciare ai miei sogni ed ai miei progetti. Non le entrava nella testa che, per amarsi ed essere coppia, bisogna essere in due. Non ammetteva la possibilità che ci fosse, al mondo, una donna più attraente ed eccitante di lei e dei suoi averi. Del suo essere tosta e potente.
    E, infatti, Didone si era presa una cotta per me perché io – che comunque avevo i miei bei pregi e che erano stati ciò che le avevano destato interesse per me – non manifestassi ad ogni occasione la mia ovvia passione per lei. Per il fatto che non sarei mai stato disposto a divenirle schiavo d’amore.
    Didone non amava me, bensì l’idea di conquistare il cuore di ogni uomo. Che poteva essere ricco e potente come un re eritreo o eccitante e avventuroso come un marinaio ittita.
    Didone ci restò così male per il mio mancato e immediato amore, che iniziò a non pensare ad altro che a me.
    Avrebbe abdicato, mi avrebbe regalato tutto ciò che era suo, mi avrebbe costruito un palazzo d’oro purché io non me ne andassi.
    Dal punto di vista psichiatrico l’ossessione è una risposta all’angoscia e si genere quando sono in atto, a livello inconscio, dei conflitti. Serve a giungere – contemporaneamente – sia alla realizzazione che alla negazione di un desiderio, che viene vissuto dall’Io come “inaccettabile”.
    L’ossessione, che è un sintomo nevrotico, porta una persona già cosciente dei propri desideri “inconsci e inaccettabili”, a viverli come paure e non più come desideri.
    In questo modo Didone credeva di salvaguardare la “tranquillità” del suo “Io”, senza porsi troppi dubbi su se stessa e sui propri guai.
    Se avesse riconosciuto questi desideri inconsci come tali, avrebbe senz’altro bloccato le difese dell’Io e – quindi – non avrebbe dato origine a quelle stesse compulsioni.
    Didone è stata poco attenta, poco pratica. Ha perso sul campo per via dell’insicurezza e della mancanza di serenità. E questo solo perché ha impostato il rapporto con me sullo scontro per la sovranità della mia anima e non sulla divisione degli intenti e delle emozioni.
    Didone non poteva essere respinta perché avrebbe fatto tagliare il collo a chi si fosse negato a lei. Era tosta ma non per questo adatta ad ogni uomo che avrebbe desiderato.
    Quello che cerco di dire, a tutte voi toste che avete letto l’articolo cercando una risposta al perché vi innamorate sempre di uomini sfuggenti come me, è solo che dovete imparare a riconoscere ed apprezzare un uomo per le proprie qualità e non a perdere la testa per il primo (anche se per solo questo fatto affascinante) che sfugga alla vostra trappola emotiva e non trasalga di fronte al vostro fascino prorompente.
    Solo sulla parità si regge la coppia, dopotutto.
    Ecco. L’ho detto. L’ho fatto. Vi ho spiegato perché voi donne toste vi innamorate degli Enea fannulloni e recalcitranti. Dubbiosi e sognatori. Selvatici e insicuri. Vi ho rivelato segreti scontati e verità banali. Vi ho messo di fronte ai vostri poteri ed ai vostri limiti. Vi ho voluto spiegare perché essere toste è possibile nella vita ma non nell’amore…

    • Enea, sei un grande, anzi un mito!
      Perché essere tosti quando per vivere bene basta rimanere sullo stesso piano e cercare di sviluppare l’empatia? Dopo diventa un problema trovare un partner adeguato al proprio rango raggiunto.
      Aggiungo anche che senza un cuore sano non si può dare un amore sano e quindi davanti al rifiuto della propria imperdibile dichiarazione di amore ci si suicida perché un amore sbagliato ci porta a gesti estremi che non rispettano la nostra vita.
      Alle manager dico ad applicarsi nell’intelletto nella vita quotidiana, bisogna sviluppare il sentimento.
      Conservarlo assopito nel proprio cuore per anni e poi rispolverarlo all’improvviso, non mi sembra che ci si possa aspettare poi azioni assennate.

  5. Complimenti, complimenti, complimenti!
    Scrosci di applausi per entrambi dato che, semplicemente, entrambi avete perfettamente ragione. Tanto che, oserei dire, parrebbe trattarsi dello stesso autore: e così la riflessione svolge il suo percorso e trova la sua conclusione. Che forse non è la risposta alla domanda (in)espressa nel titolo, ma la semplice constatazione che, in verità, uomini e donne non si capiscono affatto… oggi come tremila anni fa, nella realtà come nel mito, nella veglia come nei sogni.

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