Uomini che uccidono le Donne

I femminicidi che imperversano in Italia sono stati spiegati in diversi modi. Tutti riconducibili alle distorsioni culturali di quest’Italia post industriale. Si è fatto ricorso al maschilismo tradizionale italiano. Il maschio tradito o rifiutato uccide per onore. Ma questo non spiega perché poi si uccida a sua volta. Non si è mai visto, un maschio italiano che uccide per onore e poi si spara. Per…ché dovrebbe farlo, dal momento che il suo onore è salvo? Che è stato lavato col sangue? Si è fatto ricorso alla crisi della famiglia tradizionale. Vessata da debiti e problemi nazionali che le arrivano addosso e che questa piccola compagine sociale non sa affrontare, la famiglia italiana si sfascia. Ma questo non spiega perché le famiglie italiane si debbano autodistruggere. Come lemmings che, impazziti, si gettano in massa dentro a un burrone. Si è fatto ricorso all’odio maschile per le donne che hanno più successo a scuola, nei concorsi, nel lavoro, nella vita. Perché, partendo da condizioni svantaggiate, si impegnano di più. Forse perché sono più intelligenti. In un’Italia di disoccupati, di indebitati, di falliti. Le donne riescono a sopravvivere. A restare a galla. E allora uccidiamole! Ma perché uccidere anche i propri figli? E poi uccidere se stessi? Una tale visione catastrofica è degna soltanto di un esistenzialismo nichilista che ormai è passato di moda. Tutte spiegazioni culturali. Nessuna spiegazione psicologica. Soprattutto nessuna spiegazione psicologica scientifica e seria. Perché un uomo, lasciato dalla moglie che si porta via con sé i suoi figli dovrebbe ucciderla, uccidere i propri figli e infine uccidere anche se stesso? Perché non è un uomo.   Perché è un bambino. Un bambino di venti, trenta, quarant’anni è convinto di non poter sopravvivere da solo. Ha bisogno di una mamma. Una mamma che lo allatti.   Ma se la mamma lo rifiuta perché è insopportabile. Se la mamma lo abbandona. Allora è destinato a morire. E chi è la causa della sua inevitabile morte? La mamma che lo ha abbandonato. La mamma che si rifiuta di allattarlo. La mamma che ha preferito allattare i suoi fratellini e non lui. E che è fuggita con loro. Perché i suoi figli non sono suoi figli. Sono figli della sua mamma.   Sono fratellini rivali. Che la mamma ha preferito a lui. Condannandolo a morte. E allora se deve morire, deve morire con lui anche la mamma snaturata che non lo vuole più allattare. E devono morire con lui anche i fratellini a cui la mamma continua a dare il suo latte. Il latte che ha rifiutato a lui. Non c’è morto più felice del bambino di venti, trenta, quarant’anni che si vendica dell’abbandono della mamma e dell’insopportabile maggior fortuna degli indegni fratellini che continuano a prendere il suo latte. Se poi i fratellini non ci sono. Ed è soltanto la mamma, la coprotagonista involontaria ma spesso bambina anche lei di questa tragedia della nevrosi. Ma c’è sempre comunque il rifiuto, l’abbandono. Il rifiuto di un bambino egoista, possessivo, dispotico, prepotente e violento. Il rifiuto di un bambino che ha bisogno del suo latte e lo vuole a tutti i costi. Anche se lei non ce l’ha. Allora è solo la mamma, o la presunta mamma, a farne le spese. Raptus o no, la mamma che lo ha rifiutato deve morire. Moglie, fidanzata, amante che sia, deve morire. Certo, il bambino poi si costituisce. Poi facilmente confessa. Ma finalmente si è vendicato. Ha eliminato la mamma che gli ha rifiutato il suo latte. Doveva farlo. La sua nevrosi lo ha costretto a farlo. Un bambino che ha continuato ad essere allattato fino a venti, trenta, quarant’anni, non può rimanere di colpo senza latte. Se no uccide. Lo si doveva svezzare a sedici, diciotto anni. Avviandolo al lavoro e all’indipendenza come tutti gli adolescenti d’Europa. Specialmente quella povera. Certo che ci facciamo una bella figura, in Europa. Non soltanto abbiamo il primato della peggiore scuola, della peggiore sanità e del peggiore debito pubblico. Adesso abbiamo anche il primato dei bambini di venti, trenta, quarant’anni che uccidono le donne.
Giulio Cesare Giacobbe

La Psicoterapia spiegata a mia nipote di 5 anni

Nonno ma che fai quando stai con le persone in quella stanza?
Questa domanda di mia nipote mi riporta a un pranzo con tutta la mia famiglia, un tavolo all’aperto in un ristorante di Trevignano per festeggiare il mio primariato, io 40 anni, mio padre 78. Quest’uomo, intelligente, pratico, in grado di salvare tutti noi dalle persecuzioni nazi-fasciste, che mi voleva bene, non riusciva a capire il mio lavoro. Né era facile spiegare cosa facesse un medico, senza camice, che usava come strumenti la parola prima ancora dei farmaci, che non lavorava in un ospedale ma in uno strano posto, che si chiamava Centro di Salute Mentale,  creato dopo che lui aveva superato i 65 anni. Da giovani è difficile spiegare le cose con semplicità, ci riprovo con mia nipote.
Lei si avvicina con in mano un disegno “Ti piace?”, “Bello, bellissimo! Cosa ti ha spinto a farlo?”, “Perché mi piaceva!”, “Che vuol dire ti piaceva?”, “Sentivo dentro qualcosa”, “Cosa sentivi?”, “La libertà, l’amore, la pace e la felicità” (questa risposta non me lo aspettavo!) “Che belle cose, per questo è un disegno bellissimo. E quando sei arrabbiata che senti?”, ” la morte, che ho fatto qualcosa di sbagliato, come quando sbaglio il disegno, la mancanza della gioia e il dispiacere”. “Dici cose molto profonde, è probabile che quando senti le cose belle disegni in un modo, quando senti le cose cattive, il tuo disegno prende un’altra forma”, “Cos’è una forma?” “Per esempio questa bottiglia è a forma di bottiglia e questo bicchiere è a forma di bicchiere, anche la tua faccia ha una forma diversa se è arrabbiata o allegra, si chiamano espressioni. Vuoi vedere? vieni ti faccio una foto con la faccia arrabbiata ed una con la faccia allegra, le vedi? ma sei sempre tu, due forme, in questo caso espressioni, di una stessa persona. Una stessa cosa può prendere molte forme. Quando una cosa che sta dentro prende una forma la possono vedere tutti, è un modo di far vedere agli altri quello che si ha dentro, a qualcuno può piacere ad altri no. Questo a volte è difficile da sopportare ed è per questo che molti bambini, ma anche i grandi, si tengono  tutto dentro, temono di essere giudicati e criticati ma tu non avere mai questa paura. Ora immagina che anche le parole sono come i tuoi colori e che al posto dei disegni riescano a fare dei racconti, perciò con i colori i disegni, con le parole i racconti.  Sia i disegni che le parole prendono un po’ la forma di quello che proviamo dentro.
Quando mi fai vedere un tuo disegno o quando mi racconti qualcosa che ti è successa, io mi appassiono, un po’ perché ti voglio bene e un po’ perché le cose delle persone sono appassionanti. Le passioni sono un po’ come il sale nel cibo se non ci appassionassimo ci annoieremmo e alla fine tu non vorresti più venire a giocare con me e a me questo dispiacerebbe molto. Ora possiamo fare un gioco bellissimo sia con i disegni che con le parole ti va? Ok! Proviamo a fare un disegno insieme, tu fai il primo pezzo e poi vado avanti io. Vuoi che comincio io? va bene. Vedi appena uno si ferma guarda quello che ha fatto l’altro sul foglio, sente dentro qualcosa e va avanti. E ora proviamo a farlo con le parole raccontando una storia a quattro mani, ops! a due bocche. Questo nuovo disegno e questa nuova storia che ci siamo inventati è di tutti e due, ognuno è stato suggestionato dall’altro. Lo so che non sai che vuol dire suggestione ma è quello che senti dentro quando vedi o ascolti qualcosa che fa un’altra persona.
Il mio lavoro è proprio questo: di costruire storie nuove insieme alle persone che vengono da me nella speranza che le paure delle storie vecchie possano passare e che la persona possa dire ‘che stupida sono stata a vedermi così’. Hai capito?”. “Non lo so, ma adesso giochiamo!”
Ruggero Piperno