I NO che aiutano a crescere!

imagesUna delle più grandi e diffuse paure è quella di essere rifiutati.

Il rifiuto è in grado di abbatterci in modo significativo, specialmente quando stiamo riponendo tutti i nostri sforzi e le nostre speranze verso il raggiungimento di un qualcosa che ci sta fortemente a cuore.

Dietro a ogni rifiuto c’è sempre una motivazione, condivisibile o meno: la nostra richiesta non convince, non soddisfa i bisogni dell’altro, non viene totalmente compresa.

Ciò che dobbiamo imparare è che è impossibile evitare il rifiuto in quanto è parte integrante del nostro processo di crescita nel lavoro, nelle relazioni sentimentali, e così via.

Ad esempio, quando approcciamo qualcuno, in quel momento stiamo aprendo noi stessi al mondo, per cui un eventuale rifiuto ci trasmette la sensazione che in quel momento siamo noi come persone ad essere rifiutate. Questo è il motivo per cui quando veniamo respinti tendiamo inevitabilmente a prendercela a livello personale: ci domandiamo se non ci sia qualcosa di sbagliato in noi e se valiamo abbastanza. Tutto ciò ha un grandissimo impatto sulla nostra autostima in quanto ci fa fortemente dubitare di noi stessi.

Di fronte a un rifiuto dobbiamo imparare ad assumere una prospettiva diversa e a considerare quel “No” come un rifiuto a una nostra richiesta e non alla nostra persona.

Una richiesta è semplicemente espressione della propria persona e dei propri pensieri, è un’entità distinta e non sovrapponibile alla totalità come individuo.

E’ molto raro che un rifiuto venga indirizzato a livello personale. Normalmente un rifiuto si riceve quando i bisogni o le esigenze dell’altro non combaciano con la nostra richiesta, non con noi.

Chiamandoci fuori dall’equazione “rifiuto di una nostra idea = rifiuto della nostra persona”, realizzeremo che gran parte delle nostre risposte emozionali di fronte a un rifiuto sono per lo più ingiustificate e non necessarie.

E solo quando il rifiuto diverrà un nostro alleato, saremo capaci di vivere la nostra vita in maniera autentica e consapevole: il nostro agire non sarà più il frutto di una non azione o di una reazione agli eventi in quanto saremo noi capaci di guidarli e viverli intensamente.

Adriana Biase

Knockout Game, il gioco dei pugni ai passanti

wwLo chiamano “knockout game” ma non è certo un gioco.

È una moda nata negli Stati Uniti ma che si è diffusa ben presto oltreoceano: In Italia sono state segnalate aggressioni a Roma, Brescia, Napoli, Genova, Torino.

Negli Usa si contano già tre morti: teenager che aggrediscono in strada passanti del tutto ignari, la cui unica colpa è quella di trovarsi lì in quel momento.

A Roma, nella centralissima Piazza Trilussa, nel quartiere Trastevere, c’è una vera e propria baby-gang specializzata in “Knockout Game”: adolescenti che senza alcun preavviso, colpiscono al viso la vittima di turno, aggredendola di sorpresa.

Gli episodi si moltiplicano e ogni giorno si fanno sempre più frequenti. Aumenta il numero dei filmati postati su YouTube o Facebook in cui si possono vedere persone di ogni età, uomini e donne, prese improvvisamente a pugni e finire a terra, spesso senza sensi.

Si tratta perlopiù di immagini riprese da telecamere di sorveglianza, ma anche di filmati ripresi con i telefonini dagli amici del bullo di turno, per documentare la bravata e suscitare commenti online, oltre che per fornire “l’esempio”.

Una pratica sconvolgente e preoccupante che fa riflettere, un segno dei tempi in cui la noia e lo spirito di emulazione fanno sì che la persona come individualità si annulli nell’indifferenza e nella mentalità del branco.

Adriana Biase