Coltivare è un verbo che ho sempre amato. Racconta, nello stesso tempo, di una cura sapiente dei campi, dei giardini, degli orti, capace di far crescere piante sane e forti, e di un’altrettanto sapiente cura delle passioni, dei sentimenti, delle relazioni, capace di donare vite gratificanti e piene di senso.
Coltiviamo, un sogno, una passione, un’amicizia. Coltiviamo un amore, insieme ai gerani sul balcone, l’insalata nell’orto, i piselli odorosi in giardino, il grano dorato nei campi.
Coltivare è un’azione complessa e delicata, che porta con sé altre parole importanti: pazienza, speranza, fiducia, tenacia. Perché coltivare è alimentare un sogno, far crescere un progetto, giorno dopo giorno, con pazienza e fiducia, correggendo la rotta in base a una mappa personale, su cui segnaliamo fallimenti e successi, aspettando perché i frutti raccolti siano buoni e maturi.
Coltivare è vivere una vita piena, gratificante, autentica.
Voglio confessarvelo subito: non ho sempre coltivato nella mia vita. Ho più spesso sparso i semi a caso, raccolto fuori stagione frutti troppo acerbi o troppo maturi, trascurato di sondare il terreno e di guardare il cielo. Sì, sono un’infelice pentita.
A lungo sono stata sinceramente convinta che le elucubrazioni mentali e le rimuginazioni in cui ero espertissima fossero indicative della mia grande intelligenza e della mia profonda sensibilità. Pensavo di essere più sveglia di quelli che intorno a me vivevano la loro vita senza stare troppo a rigirare i pensieri sullo spiedo della loro mente. Sorridevo con condiscendenza di coloro che guardavano il mondo con fiducia e speranze e che, incredibile a dirsi, sorridevano.
Ero convinta che l’infelicità fosse l’unica condizione esistenziale possibile e che il pessimismo e le elucubrazioni significassero che vivevo la vita con maggiore consapevolezza e sensibilità. Ascoltavo solo cantautori tristissimi, guardavo solo film deprimenti, leggevo solo libri che raccontavano storie infelici e non andavo mai a vedere quegli stupidi film con quello stupido happy end, frutto di quello stupido, ottuso ottimismo hollywoodiano.
Fino a pochi anni fa avrei potuto scrivere un vademecum preciso e dettagliato degli infiniti modi raffinati che sapevo escogitare per avvelenarmi la vita, riempiendo ogni momento con attività e impegni di cui spesso non mi importava nulla, che non solo non mi gratificano, ma che anche a volte mi intristivano e mortificavano.
Ne dovete sapere qualcosa anche voi, perché questi modi sono propagandati e messi in vendita a chiunque e in qualunque momento: cose da fare, divertimenti di ogni sorta, diurni e notturni, oggetti da acquistare, viaggi da non mancare, mostre da non perdere, libri che non possono non essere letti, sport che non possono non essere praticati.
Nel mezzo del cammin di mia vita, però, mi sono ritrovata, a un certo punto, in una selva oscura e la diritta via ho rischiato davvero di smarrire. Nel vortice di una vera profonda sofferenza, in un momento in cui ho visto sogni crollare e valori vacillare, proprio mentre me ne stavo immobile nell’occhio del ciclone e intorno a me si sviluppava e ruotava un imponente minaccioso muro di dense nubi nere, ho compreso, finalmente, quanto potere ha la mente nel creare sofferenza e depressione.
Ho provato sulla mia pelle quello che diceva John Milton in Paradiso Perduto: “La mente ha in sé la propria dimora e in sé può fare di un inferno il paradiso e del paradiso un inferno”. E ho imparato a usare la mente per separare il dolore dal non dolore, soppesare, capire, ricostruire quello che fino ad allora avevo dato per scontato.
E ho scoperto la bellezza del coltivare interessi, passioni, amicizie, amori, preparando il terreno, guardano il cielo, lasciando a ogni seme il tempo naturale per germogliare.
Ho detto basta a questo modo di vivere folle e indiscriminato, a tutto questo divertimento artificiale, che non fa che amplificare il senso di solitudine, a tutto questo correre affannosamente dietro gratificazioni immediate. E ho cercato di dare più spazio ad attività gratificanti e piene di senso, capaci di dare un benessere autentico.
Coltivare una vita di benessere autentico non richiede doti magiche, ma un duro lavoro, fatto di esperienze, tentativi ed errori, pazienza, consapevolezza.
“- (…) Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finchè non arriviamo.
– Per andare dove, amico?
– Non lo so, ma dobbiamo andare”
E’ quello che scrive Jack Kerouac, in On the road, libro culto di intere generazioni, narrando del viaggio di Sal e Dean lungo le interminabile strade del Texas e del Messico, un viaggio in cui non importa la destinazione, ma importa solo andare, muoversi, nell’eterno tentativo di esorcizzare l’ansia di vivere.
Forse è il momento di fermarci. Per decidere prima dove vogliamo andare.
by Carmen Pernicola
