Psicoterapia: Solo chi osa, impara a volare!

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Psicoterapia: Solo chi osa, impara a volare!

Così Piero Zanini menzionato in una delle tracce della maturità sul significato dei confini: “Varcare la frontiera…vuol dire uscire da uno spazio familiare, conosciuto, rassicurante, ed entrare in quello dell’incertezza. Questo passaggio, oltrepassare la frontiera, muta anche il carattere di un individuo: al di là di essa si diventa stranieri, emigranti, diversi non solo per gli altri ma talvolta anche per se stessi.”

Leggendo questa citazione, non ho potuto fare a meno di calare questo pensiero in un tema a me familiare e caro come quello della psicoterapia.

La psicoterapia segna un passaggio da una zona, apparentemente di comfort, verso una ignota, sicuramente diversa, che ti consente di esplorare nuovi orizzonti, che ti permette di andare oltre il noto, che ti accompagna verso un luogo tutto nuovo e da scoprire dove il peso della rassegnazione e dell’abitudine non fanno più da padrone.

L’incertezza e lo spaesamento iniziale che ne può derivare è il frutto di un cambiamento che difficilmente, almeno in prima istanza, riusciamo ad accettare perché in noi, certe “modalità di funzionamento” sono divenute talmente radicate da diventare il solo modo di operare e agire…molto probabilmente perché sono gli unici modi che conosciamo.

La psicoterapia ti apre un ventaglio di possibilità, ti mostra una potenziale strada da percorrere, e, per quanto il cammino possa sembrare arduo e difficile, non dobbiamo lasciarci sopraffare dall’incertezza e dalla paura che nulla mai potrà cambiare!

Solo chi osa, impara a volare!

Adriana Biase

Immagine: “Oltre i confini” – Opera surrealista di Michele Nave 

Uomini perché ci uccidete?

uu“Papà, esco mezz’ora e gli dico che non ne voglio più sapere. Un bacio, a tra poco.”  Mezz’ora per chiudere definitivamente con quell’amore diventato ormai insopportabile. Ma quella figlia a casa non c’è più tornata, ritrovata in un auto con tre fori di proiettili sul fianco destro, uccisa da quel ragazzo che sembrava così “Gentile, cortese e educato”.

Lei, una delle tante donne uccise da fidanzati, mariti, spasimanti respinti, ma anche da padri a seguito di scelte di vita non condivise.

Nei primi cinque mesi del 2016 sono già 55 le vittime di femminicidio. Analizzando i dati dell’ultimo decennio, le donne uccise sono 1740: 1251 all’interno della famiglia, 846 per mano di un fidanzato e 224 assassinate da un ex successivamente alla decisione della donna di interrompere il rapporto affettivo.

Ma chi è questo soggetto che uccide?

C’è un fil rouge che collega la stragrande maggioranza dei femminicidi, a prescindere dal luogo in cui essi avvengono: quasi tutti sono uomini con cui la donna ha o ha avuto una relazione più o meno lunga e stabile.

Nella maggioranza dei casi, sono persone normali da un punto di vista clinico, individui che nel momento in cui commettono il reato sono capaci di intendere e volere.

Siamo di fronte a uomini incapaci di “contenere” le proprie donne. Donne che magari hanno deciso di lasciarli, di avere una vita tutta nuova e tutta loro (che non contempla la loro presenza), di buttarsi in un nuovo lavoro o in una nuova avventura.

Donne che, probabilmente, vogliono essere più indipendenti e finalmente libere da quel legame che le incatena e non consente loro di vivere.

Gli uomini, quelli che uccidono (ma anche quelli che picchiano, che violentano, che umiliano), sembrano spaventati dall’eventualità di perdere l’oggetto del loro potere: da una parte rabbia e rancore, dall’altra un possesso totale con cui, attraverso l’omicidio, IO UOMO, sancisco per sempre il potere che ho sulla tua vita, togliendotela.

Non chiamateli raptus, eccessi di rabbia o momenti di blackout, non chiamiamoli delitti passionali o omicidi d’amore: l’uccisione della donna avviene dopo un lungo periodo di minacce, intimidazioni, violenze psicologiche e fisiche, e la furia omicida si scatena quando, verificata la loro inutilità, l’uomo avverte il pericolo di essere abbandonato e di trovarsi solo.

Cosa si può fare per prevenire?

Non è colpa vostra se il partner è “costretto” ad alzare le mani: qualsiasi cosa si possa aver fatto, non è mai abbastanza per giustificare un atto di violenza. Non vergognatevi, parlatene con una persona cara o con il vostro medico: solitamente chi colpisce, dopo uno sfogo violento, tende a chiedere perdono e supplicandovi, vi promette che non accadrà più. Ma è difficile che sia davvero così. Avvertite le Forze dell’Ordine se temete per la vostra incolumità fisica e per quella dei vostri figli, chiedete aiuto alle diverse associazioni Onlus che sostengono le donne vittime di violenza.

La violenza si può sconfiggere, non siete sole.

Adriana Biase