Glossario delle relazioni sentimentali (disfunzionali) ai tempi dei Social Network

La sempre più ampia diffusione delle nuove tecnologie ha modificato anche il modo di vivere le relazioni: sono cambiate le modalità con cui si entra in intimità con l’altro e i social rappresentano il luogo ideale per flirtare, comunicare e conoscere nuove persone.

Se la possibilità di incontrare nuovi partner ora è a portata di clic, questa si accompagna a una crescente incapacità a entrare davvero in relazione: le nuove frontiere delle relazioni 2.0 vanno dagli ormai noti ghosting e orbiting, al submarineing e allo zombieing, fino allo stashing. Termini in inglese che definiscono fenomeni diffusi soprattutto tra i millennials, e non solo, sui social network.

Il più noto è certamente il ghosting. Il termine definisce il comportamento adottato da molti alla fine di una relazione amorosa che consiste nel mettere fine ad un rapporto interrompendo tutti i contatti ed ignorando i tentativi di comunicazione del partner: non rispondere più sui social, a telefonate e messaggi. La parola ghost significa infatti fantasma.

L’esempio più tipico del ghostman è quello di colui che, dopo aver conquistato e frequentato brevemente un partner facendogli credere di essere la persona più importante della sua vita, all’improvviso scompare cancellando quest’ultimo non solo dalla sua vita ma anche da tutti i canali social, bloccandolo sulle chat. La modalità relazionale adottata è sempre la stessa: “ti corteggio, ti seduco, ti conquisto e scompaio.”

Legato a questo tipo di comportamento c’è l’orbiting, dal verbo orbit che significa orbitare intorno a qualcosa senza mai avvicinarsi chiaramente. Questa parola si riferisce infatti all’orbitare di una persona intorno ad un’altra dopo essere sparita dalla sua vita. Si mette in pratica ad esempio mettendo un like, cioè un mi piace su Facebook, cuori su Instagram, visualizzando le storie, dedicando canzoni o post nostalgici senza continuità e senza impegno.

Simili ma non uguali sono il submarineing e lo zombieing.

I due termini descrivono il comportamento di chi, dopo un ghosting durato per molto tempo, magari per mesi, all’improvviso ricompare. La parola submarine vuol dire sottomarino. Chi segue la “tecnica” del submarineing riemerge dalle acque senza sentire il bisogno di fornire alcuna spiegazione. Un classico è quello di ritrovarsi sullo schermo del telefonino un semplice “Hey, ciao! Come va?”. 

Lo zombie invece ritorna dalla valle dei morti viventi nella speranza di riallacciare e riprendere i rapporti giustificando in qualche modo la sua sparizione perché ai tempi non era pronto per una relazione, oppure aveva ancora in testa l’ex, o forse aveva troppi impegni di lavoro.

Ci sono rapporti dove non si oltrepassa la fase “chat” e non ci si incontra mai dal vivo. Sono le relazioni-via-messaggio, textlationship, dove tutto resta confinato dietro lo schermo di uno smartphone o di un pc. Possono essere relazioni durature e comprendere anche il sesso a distanza, ma restano rigorosamente virtuali. Offrono svago, emozioni e conferme e sono allettanti perché non intaccano la libertà personale e non richiedono un impegno costante.

I “narcisi” dei social praticano il “benching”. Il termine deriva dalla parola inglese bench e ha il significato metaforico di “lasciare qualcuno in panchina”. L’obiettivo di chi lo mette in pratica è semplice: approfittarsi di una persona con la quale non si desidera avere una relazione seria continuando però a mantenerne vivo l’interesse nei propri confronti. I “benchers” vogliono che si continui ad amare solo loro, in una spirale di egocentrismo senza fine.

Al benching in genere si affianca il breadcrumbing. Il termine deriva dalla parola breadcrumb, che significa briciola di pane. Il breadcrumber non ha alcuna intenzione di iniziare una relazione vera, né ce l’ha mai avuta. A lui piace flirtare a distanza, ama ricevere attenzioni e soprattutto ama avere qualcuno in suo pugno.

Il “cuffing”, alla lettera “ammanettamento”, si verifica quando agli inizi di una relazione sentimentale il partner si dimostra eccessivamente entusiasta ed innamorato: fedele, concentrato, pronto a qualsiasi progetto o cambiamento. Con la stessa rapidità con cui si verifica, il cuffing si scioglie in “uncuffing”, quando il partner passa dall’estrema morbosità al totale disinteresse. 

Quando invece una relazione sembra andare a gonfie vele potrebbe presentarsi lo stashing. La parola stash significa mettere da parte, ed è così che si sente la vittima di questo tipo di comportamento. Lo stashing consiste infatti nel tenere lontana dalla propria vita la persona con la quale si sta intrattenendo una relazione amorosa. Per esempio, non presentandole i propri amici, parenti e colleghi di lavoro. La relazione va bene ma viene tenuta nascosta, procurando frustrazione al partner che invece vorrebbe condividerla con il mondo intero.

Da un punto di vista psicologico come possono essere spiegati questo comportamenti?

Secondo alcuni studi tali fenomeni appartengono alla “generazione dei Millenials”, eppure questo modo di agire, o meglio di non fare, è diffuso anche tra le persone di età avanzata.

L’idea che sembra nascondersi dietro questi comportamenti, in particolare quelli legati al ghosting, pare essere un pensiero di questo tipo: “Mi rendo un fantasma così da far capire in modo indolore all’altro che l’interesse si è esaurito, senza dirglielo brutalmente in faccia”. Il non dichiarare a parole il proprio disinteresse gli permette di non scalfire l’immagine di brava persona che contempla riflessa negli occhi del partner. 

Chi fa ghosting non fa altro che rimandare le responsabilità emotive giustificandosi dietro la convinzione del “Lo faccio per il suo bene”, evitando così il peso del confronto: la fuga sembra la soluzione più rapida ed indolore.

Quando il partner sparisce nel nulla, si manifestano sentimenti di rabbia, sofferenza e impotenza: si mette in discussione non solo la relazione, ma anche se stessi e le proprie capacità di discernimento.

Come è possibile evitare questa spirale autodistruttiva?

È necessario giungere alla consapevolezza che a un certo punto bisogna smetterla di farsi domande a cui non troveremo mai una risposta perché semplicemente con alcune persone non ha funzionato e tutto questo fa parte della vita. Il partner che alimenta una relazione con messaggi o interazioni social una volta ogni tanto creando false illusioni nell’altra persona è frutto di una manipolazione pensata senza rispetto per le emozioni di chi si ha davanti.

Accettare queste verità e voltare pagina è il più grande atto d’amore che possiamo rivolgere a noi stessi. “Come gli altri mi trattano è il loro percorso. Come io reagisco è il mio.” Wayne Walter Dyer

I dieci errori da evitare se vuoi scrivere un CV efficace

Il curriculum vitae è il tuo principale biglietto da visita, è la prima cosa che i selezionatori vedono di te. Contiene tutte le informazioni riguardanti la tua formazione, le esperienze professionali, le competenze, le capacità e gli interessi coltivati nel tempo.

Un buon curriculum ha come obiettivo quello di fornire al Recruiter di un’azienda le informazioni necessarie per far sì che ti chiami a sostenere un colloquio di lavoro. Il selezionatore ha solo pochi minuti per leggere il tuo CV, quindi, hai poco tempo per interessarlo.

Come HR Manager del Gruppo K2, provo a raccontarti i 10 errori da evitare nello scrivere il tuo Curriculum Vitae.

Vediamoli assieme:

 #1 Sbagliare i dati anagrafici e non inserire i propri contatti 

I dati anagrafici ti identificano e per questo devono essere scritti in modo completo, preciso e chiaro.

Un errore frequente è non scrivere tutti i dati anagrafici dimenticando di citare l’anno di nascita o la città dove vivi.

È necessario scrivere il proprio nome, cognome, la data ed il luogo di nascita, nazionalità, residenza/domicilio, cellulare ed e-mail personale. Solo citandoli tutti puoi considerare il tuo profilo personale completo!

L’e-mail ed il numero di telefono sono essenziali per poter essere contattato in caso di interesse da parte del selezionatore.

#2 Allegare una fotografia inadeguata

Nei Paesi europei, ad eccezione di quelli anglosassoni, in particolare Regno Unito, Stati Uniti e Canada, dove la foto è considerata un elemento fortemente discriminante, i selezionatori si aspettano un CV con foto, ma questa però, deve essere scelta con cura.

La foto è la prima immagine che i recruiters hanno di te, per questo, scegli una foto professionale, evita di ritagliarla da foto di gruppo o che sia un selfie.

È importante utilizzare una foto aggiornata che mostri il tuo aspetto attuale; lo sfondo della foto deve essere neutro: il tuo viso è l’unico protagonista della foto, insieme ad un sorriso naturale!

Il formato giusto è quello da mezzobusto.

#3 Commettere errori di grammatica, ortografia o battitura

Rileggere il proprio CV prima di inviarlo è importante tanto quanto scriverlo.

La seconda lettura ti permette di focalizzarti sulle singole informazioni evitando errori di battitura, ortografia o scivoloni grammaticali che di tanto in tanto ingannano.

#4 Mentire sulle passate esperienze formative e professionali

I recruiters non si possono ingannare!

Dopo aver ricevuto la tua candidatura o, talvolta, dopo il colloquio visionano dai social (es. LinkedIn) le tue esperienze lavorative, quindi quelle “costruite per l’occasione” si riconoscono e rischiano di far crollare la tua credibilità professionale.

#5 Essere troppo stringati o prolissi nella descrizione delle varie attività

Le aziende ricevono centinaia di curricula al giorno ed i selezionatori dedicano ad ogni CV solo pochi minuti.

Tu, quindi, hai al massimo due pagine per raccontare chi sei, cosa hai fatto e perché vuoi quel lavoro.

L’istruzione, le esperienze passate e le competenze devono essere delineate in modo dettagliato ma conciso. Descrizioni troppo lunghe rischiano di far disperdere le informazioni centrali; al contempo le descrizioni troppo sintetiche risultano incomplete.

Bisogna saper descrivere bene le mansioni eseguite e le competenze acquisite in poco spazio!

#6 Attribuirsi competenze che in realtà non si possiedono

“Non puoi essere ciò che non sei!”

Ricorda che i recruiters durante il colloquio indagano sulle tue competenze e riescono ad individuare quelle che fingi di possedere.

Ma soprattutto: Sei sicuro di volere un lavoro per cui non hai le giuste competenze?

 Il lavoro giusto per te è quello cucito su misura per te!

#7 Dimenticare di scrivere una lettera di presentazione via email

Inviare il CV è il passo più importante per candidarsi, ma non è l’unico. Accompagnare il CV con una lettera di presentazione, infatti, rende la candidatura completa ed efficiente.

Cosa scrivere nella lettera di presentazione?

Il consiglio è quello di descrivere chi sei, cosa fai, cosa hai studiato, cosa vuoi fare e, soprattutto, perché ti proponi per quel lavoro. Quest’ultimo è il punto più interessante ed apprezzato della lettera.

#8 Avere una sola lettera di presentazione per qualsiasi offerta di lavoro

L’invio compulsivo di lettere di presentazione identiche allegate ai CV e destinate ad aziende differenti non è un buon metodo per interessare i recruiters.

Ogni azienda è un unicum e per questo è importante scrivere una lettera di presentazione personalizzata per ogni offerta di lavoro per cui ti proponi.

#9 Indicare sul CV i passati compensi

L’elenco delle esperienze passate non comprende i compensi ricevuti.

Lo stipendio passato è un dettaglio non solo inutile ma anche dannoso, perché può comunicare un messaggio sbagliato.

Il CV, infatti, è un documento finalizzato a mostrare le tue capacità ed esperienze. Del compenso si discute durante il colloquio.

#10 Dimenticare di prestare il “Consenso al Trattamento dei dati personali 

L’autorizzazione al trattamento dei dati consente immediatamente, al datore di lavoro, di usare i tuoi dati personali per contattarti per un colloquio oppure di conservarli per future selezioni.

Non dimentichiamo quindi di scrivere: “Autorizzo il trattamento dei dati personali contenuti nel mio curriculum vitae in base all’art. 13 del D. Lgs. 196/2003 e all’art. 13 GDPR 679/16.”

Ora che sapete cosa non scrivere: buona scrittura!

Adriana Biase – HR Manager presso il Gruppo K2